Attilio e l’aereo
Dal primo aereo che gli vibra nel petto ai sogni mancati, Attilio cresce imparando ad agire con integrità: accetta i “no”, trasforma i “sì” in nuove rotte, resta fedele a ciò che sente. E scopre che volare non è solo salire in cielo, ma scegliere con onestà la propria traiettoria.
1.
Attilio aveva all’incirca sette anni quando sentì quell’aereo passargli sopra la testa.
Si trovava a Palinuro, in Cilento, dove suo padre li portava ogni estate da così tanto tempo che le valigie sapevano la strada da sole.
Attorno a lui, anche quest’anno, le stesse cose di sempre: la casa affittata presso la stessa signora, la sabbia scura del Mingardo che scottava come una padella, il rumore delle cicale che non andava mai a dormire.
Da anni, la routine imponeva la partenza da Fisciano (Salerno) a metà giugno, tutti e quattro della famiglia stipati nella Defender blu di papà. Sopra le loro teste, la tettoia bianca; sotto, dalla strada, l’odore di mare che arrivava piano.
Suo padre preferiva sempre percorrere la vecchia statale, paese dopo paese, fino ad Agropoli. Il viaggio era lungo, ogni volta. Pieno di curve e di odore di benzina. Ma quando il mare spuntava all’orizzonte, ad Attilio sembrava che la macchina andasse più veloce che mai.
Le mattine a Palinuro iniziavano piano. La mamma preparava il caffè, il papà leggeva il giornale, la sorella si pettinava davanti allo specchio in corridoio mentre Attilio era già con il costume addosso. Contava i minuti per arrivare in spiaggia, dove ogni anno ritrovava gli stessi amici. Costruivano castelli, scavavano buche, facevano piste per le biglie e litigavano seri-seri su come far stare in piedi torri sempre più alte.
Quel giovedì di fine giugno, però, qualcosa cambiò. Mentre lisciava con la mano la sabbia umida intorno al suo castello, Attilio sentì un rumore che non aveva mai sentito: un boato secco, improvviso. Il secchiello aveva tremato. Attilio si era fermato e aveva alzato gli occhi.
Fu in quel momento che l’aereo gli passò sopra veloce e bassissimo: un lampo grigio che tagliava il cielo.
Attilio corse dalla madre, con il cuore che voleva parlare. Lei gli disse che quello che aveva appena visto era un aereo militare, in volo a causa di un’esercitazione. Attilio annuì, ma dentro era perplesso. Capiva cosa fosse un’esercitazione, quello che invece non sapeva spiegarsi era come mai quel rumore gli avesse bussato e gli stesse ancora bussando dentro.
Qualcosa si era accesa, in lui, fermo col naso verso l’alto e i piedi infossati nella sabbia bollente: si era accesa una voglia di capire il cielo. Una voglia che da quel giorno non si sarebbe più spenta.
2.
Attilio aveva all’incirca sette anni quando sentì quell’aereo passargli sopra la testa.
Da quel giorno, un’idea si fissò in testa: a tredici anni decise che il suo futuro sarebbe stato a Roma, all’Istituto Tecnico Aeronautico. Il padre, però, non era per nulla d’accordo a mandarlo da solo nella capitale.
La passione dentro Attilio, però, intanto, non sembrava disposta a fare passi indietro. A diciotto anni, quindi, Attilio si mise sotto per affrontare i concorsi di selezione per l’Accademia Militare. Località: Guidonia, tra capannoni enormi e migliaia di ragazzi con la stessa luce negli occhi.
Sedie pieghevoli, moduli da compilare, matite temperate fino all’osso. In poche ore, Attilio si trovò a dover rispondere a una valanga di domande di fisica, chimica, biologia, inglese.
Provò i testi di ammissioni più e più volte, mettendosi sotto e studiando meglio a ogni giro. Ma non li superò mai. Ogni volta, però, usciva dalla sessione di test stanco ma pieno di qualcosa a cui non sapeva dare nome. Non ancora in decollo, ma sempre in pista.
Oggi, ogni volta che Attilio alza lo sguardo al suono di un aereo che taglia il cielo, un filo di rammarico sì, lo raggiunge. Poi però si ricorda che tutte le cose hanno il loro perché, e che colui che sa agire con integrità è chi sa accettare ciò che la vita offre e che sa farne un dono.
Del resto, l’emozione per il volo rimane intatta e valida sia che uno faccia il pilota o che sia passeggero: il rumore, la scia nel cielo, e la domanda che torna sempre uguale “cosa ci mantiene lassù anche quando manca il vento?”
La gioia più grande di Attilio, oggi, quando vola da passeggero, è stare al finestrino: in silenzio, gli occhi verso la terra, verso quei luoghi che diventano mappe. Potrebbe restare così per ore, Attilio. Con addosso la stessa emozione che aveva durante il primo volo, a dieci anni.
3.
Attilio aveva all’incirca sette anni quando sentì quell’aereo passargli sopra la testa.
All’epoca, avesse potuto scegliere un super potere, sarebbe stato senz’altro il volo. Per tornare a un tempo che gli ha fatto bene.
Negli anni, invece, la vita, le occasioni e i suoi talenti naturali lo hanno tenuto a terra e portato su altre strade, ugualmente belle.
Alla fine, nel suo destino c’era non l’accademia ma gli studi universitari. A Fisciano, a tre chilometri da casa. Economia aziendale all’Università di Salerno.
Gli anni universitari hanno regalato ad Attilio l’incontro con persone che gli hanno cambiato la traiettoria. Con molte di queste persone, Attilio ha attraversato momenti difficili, uscendone – anche grazie a loro – meglio di prima.
Tra queste persone c’è Antonio, conosciuto durante i primi giorni di lezione di Diritto privato. Dotato di un’intelligenza rapida e di una certa stravaganza che non chiede mai permesso.
Seduti a poca distanza, Antonio e Attilio, al loro primo incontro avevano scambiato quattro parole sulla prof e poi, via, tutto era finito lì. Nessun colpo di fulmine.
Intanto neanche nei confronti dello studio sembrava scattare il colpo di fulmine: la carriera universitaria non decollava. Alla fine Attilio aveva deciso di sospendere gli studi e di cambiare nettamente vita. Si era arruolato nell’esercito ed era partito alla volta di Roma. Due anni al termine dei quali si era congedato.
Rimasto a Roma dopo un po’ aveva iniziato a lavorare in una società di recruiting e gestione di figure professionali, inizialmente a favore di strutture socio assistenziali, successivamente invece per il settore alberghiero. Il lavoro era dinamico e stimolante, ma purtroppo una crisi del settore aveva portato a tagli al personale, colpendo anche la posizione lavorativa di Attilio. Nel frattempo erano trascorsi altri due anni. A quel punto Attilio aveva deciso di tornare a Salerno, per ripartire dall’Università e prendersi quel pezzo di carta che gli spettava.
Tornato all’università, il caso aveva giocato con Attilio, facendo una mossa interessante: gli aveva ripresentato davanti, a pochi metri di distanza, all’interno della stessa aula in cui tempo prima si erano conosciuti, proprio Antonio.
Da quel momento sì, l’amicizia era decollata.
Avevano trascorso pomeriggi interi a parlare di tutto e del niente. Attilio era stato ospite di Antonio in Cilento: la porta sempre aperta, gente che entra ed esce, un piccolo porto di mare. Da allora, i due non si sono più persi di vista.
Oggi Antonio vive a Bratislava. È ancora affamato di cose nuove, studia giapponese e di notte segue corsi di economia online.
Quando oggi Attilio si guarda indietro e ricostruisce con la memoria il proprio percorso, non tralascia niente: elenca i “sì” della vita, come pure i “no”. I no che frenano, i sì che ti rimettono in pista. E grato per tutto ciò che la vita gli ha offerto, Attilio accetta entrambe le categorie come doni – i sì e i no.
Di tanto in tanto, torna lì dove tutto è cominciato: aveva all’incirca sette anni quando sentì quell’aereo sopra la sua testa e il concetto di volo, venuto a bussare dentro di lui, gli si era per sempre legato addosso.
Ma verso dove volare, e verso cosa, questo invece glielo avrebbero mostrato gli anni a venire. E la vita, nel suo rivelarsi a lui.
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Scritto da Ginevra Molteni
con la redazione di Prendere o Lasciare
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