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E se da oggi #animoribelle #diritti #postpunk

Hai lo squieto

Emme cresce inquieta e curiosa, guidata da domande che la spingono a decostruire il mondo.
Tra diari, gatti immaginari e sfide quotidiane, sceglie di essere la prima a fare le mosse: ribellarsi, capire, lasciare un segno e costruire un futuro diverso.

L’infanzia di Emme è stata luminosa, fatta di tanta meraviglia e di scoperte quotidiane. Ogni giorno era un’avventura e la gioia lasciava impronte indelebili di innocenza. La sua famiglia: serena, presente, affettuosa. 
Per tutto questo, Emme si è sempre considerata una persona fortunata, privilegiata. Cresciuta in uno di quei contesti capaci di nutrire, e garantire a vita, sicurezza. Forse. O forse, come spesso accade, la vita non si accontenta di linearità. E allora crea irrequietezza. 

Alcuni eventi, profondi, lasciano segni invisibili in Emme. Insinuano dubbi, nutrono nuove esigenze, modificano rotte e inventano curve là dove prima c’erano strade dritte e certezze.  E così Emme, pur riconoscendo che il mondo sembra seguire un ordine stabilito e che per trovare il proprio posto nel mondo serve adattarsi senza fare troppo rumore, lei – in direzione contraria – comincia a provare un senso di fastidio e un prurito insistente nel dover accettare tutto ciò.

Lentamente, qualcosa cambia, evolve. Inizia il processo di decostruzione, senza che da principio, Emme nemmeno se ne accorga.  Dentro di lei, però, c’è questo fuoco che non si spegne, alimentato da domande che non smettono mai. Un difetto che non le vuole dar tregua: un pensare eccessivo. Overthinking, lo chiamano.  

Emme non riesce a lasciar correre certe cose che accadono. Vuole capirle.  Da ingegnere quale è diventata negli anni, lei scompone, analizza, smonta e ricostruisce. Cerca le cause, gli effetti, le omissioni. 

Come quella volta, da ragazza, che volle capire ad ogni costo cosa fosse andato storto con la moka, perché fosse saltata in aria. E così, si era messa per delle ore a studiarne i principi di funzionamento di questa e quell’altra micro parte di moka. Per trovare la semplice, sola e unica causa dell’errore. Una fame di conoscere che si è presto rivelata anche brama di conoscersi. Per orientarsi nel caos del mondo, dell’universo.

In questo viaggio astrale, Emme non è mai davvero sola. La accompagnano sempre almeno due cose.
Alienǝ è la prima: si chiama proprio così – Alienǝ, né maschio né femmina – ed è un diario in continuo cambiamento, su cui Emme annota ogni intuizione che raggiunge i suoi radar sul mondo, le sue antenne.
E poi, c’è SUGI, acronimo di “Sono un Gatto Immaginario”, sette kg di creatura felina, cinica e affettuosa allo stesso tempo, che un giorno non farà  più parte del mondo reale dei vivi, e diventerà immaginario.

Diario e gatto le fanno compagnia da tempo, apparendole davanti spesso in momento di bisogno, quando troppa lucidità diventa un peso, e affidarsi a un po’ di ironia, invece, un’ancora di salvezza. Alienǝ le ricorda che ogni identità è in trasformazione, SUGI che si può essere liberi anche restando ai margini, animali accucciati ai margini di una foto, più felici a osservare il mondo che ad apparire. E ancora, Alienǝ, funge per Emme da specchio e da amplificatore: Emme ci scrive sopra ogni volta che qualcosa le sfugge, o che le sembra troppo grande da contenere. SUGI invece, è il contrappeso. Una creatura ironica e spietata, che compare nei momenti di crisi. È con SUGI che immagina dialoghi impossibili nei momenti di confusione. 

Emme riconosce nella vita un impegno faticoso, ma anche una volontà ostinata di lasciare un sentiero. Uno squarcio. Un piccolo foro nel muro che sia punto di partenza per lei o per altri, per migliorare, mattoncino dopo mattoncino. Consapevolezza dopo consapevolezza.

Oggi Emme ha trentanove anni. Ama il silenzio, la precisione, e quelle soluzioni che come fili invisibili reggono interi processi. Una di queste soluzioni, uno di questi fili è la parità di genere.
Emma lavora in un ambiente ancora dominato da uomini (anche se spesso ci si vorrebbe convincere del contrario) e quotidianamente si batte per la parità di genere. 

È rimasto memorabile un episodio. Era in corso una riunione importante di lavoro, per la quale Emme si era preparata con cura. Era finalmente arrivato il suo momento e pronta a intervenire, di colpo si era bloccata ascoltando le parole con cui il suo capo l’aveva introdotta: 

“Ora sentiamo la ragazza.” 

Silenzio. 

Poi, un respiro. Due respiri. E dopo aver lasciato che fosse il silenzio a parlare per primo, per lei, alla fine aveva alzato lo sguardo, andandolo a posizionare come un mirino, dritto dritto verso quello del capo. 

“Non sono la ragazza. Alla nascita si mi hanno dato un nome.” 

Il capo, visibilmente in imbarazzo, aveva riso per sdrammatizzare. “Era solo un modo di dire.” 

E dentro di sé, Emme aveva risposto: “Appunto. Un modo sbagliato.” 

Quel piccolo gesto di ribellione non aveva certo cambiato il mondo. Ma forse aveva raggiunto l’obiettivo di ricordare a quelle poche persone presenti, e soprattutto a Emme stessa, chi era: non una ragazza. Se mai una donna. E poi, una professionista che, come tale, meritava rispetto. Sempre. Lo stesso rispetto che meritava chiunque altro in quella sala.

“Hai mai pensato che forse ti complichi la vita da sola?” 

Andre. Amico e complice silenzioso. Paziente e lucido. L’unico che riesce a stare accanto a Emme senza nasconderle nulla ma anche senza volerla “aggiustare”. 

“Wow. Sei venuto qui per giocare o per farmi psicanalisi?”

“Entrambe,” ridacchia Andrea.

Come ogni giovedì sera, Emme e Andrea sono al Drago Blu, un posto a metà tra una biblioteca e una ludoteca. Un rifugio che pare fuori dal tempo: scaffali pieni di libri e giochi, tavoli in legno segnati dall’uso, e la luce calda dei lampioni stradali che filtra attraverso le grandi finestre. L’ambiente spartano è compensato da un’incredibile varietà di giochi da tavolo: dai classici ai pezzi unici. La consumazione è obbligatoria. Il pensiero, invece, facoltativo – almeno per chi va solo a giocare. 

“Penso solo che tu abbia un gran talento nel complicarti la vita. Anche nel gioco, guarda il personaggio che hai scelto…”

“Cioè?”

“Sei come Molly Millions nei romanzi di William Gibson, capito? Sei quella che cambia il percorso, che rifiuta lo schema.”

 “Stai dicendo che ho la presunzione di cambiare il mondo?” chiede Emme.

 “Dico che agisci come se potessi.”

Emme è seduta a gambe incrociate sulla sedia, tipica postura di quando “ruola”, di quando fa giochi da tavola col nickname di Mamma Gatta

Emme, o Mamma Gatta, ora sta sistemando le carte con una precisione quasi maniacale. Il suo modo per mettere ordine nel caos. 

“Lo so che non cambierò la società da sola,” dice Emme guardandolo negli occhi. 

“Non smantellerò certo tutte le sue stratificazioni. Ma ogni giorno cerco di smontare un pezzo di ciò che lo opprime. E mentre lo faccio, costruisco. Costruisco una versione di me in cui credo. Una versione di me che non si piega. Forse non vedrò mai il cambiamento completo. Ma lascerò un segno che sia un invito a continuare il percorso. Questo ti disturba?”

“No, Emme. Non mi disturba,” risponde Andrea con calma. “Ma non posso fare a meno di pensare che sei complicata. E complessa. E che questo tuo modo di essere complichi un sacco di cose. Tutto. È come ti dicevano le tue nonne: “Hai lo squieto.” 

Al suono di quella frase Emme si ammorbidisce, un sorriso le illumina il volto e per un attimo il tempo sembra rallentare. Quella parola – squieto – come la chiave di un portale, apre una fessura nel tempo e nella memoria, lasciando libere di affacciarsi le due vecchie nonne. Non erano donne troppo espansive, né inclini ai grandi discorsi filosofici. Erano, piuttosto, rocce silenziose, figure sottili che orchestravano gesti misurati e parole che, una volta arrivate, restavano.  Avevano il dono raro di dire l’essenziale, al momento giusto. 

Emme le ricordava sedute a prendere il caffè, in cucina, mentre lei, bambina, se ne stava rifugiata  sotto il tavolo, ad ascoltare le conversazioni degli adulti come fossero storie di un mondo lontano. Da lì sotto, da quel mondo capovolto fatto di gambe, ombre e parole sospese, imparava a decifrare la realtà. 

E fu proprio in uno di quei pomeriggi che per la prima volta si sentì dire dall’alto, senza neanche essere guardata: “Hai proprio lo squieto, tu.” Una frase semplice, ma potente. Che in quel momento Emme non riuscì a comprendere davvero. Ma che oggi sa bene cosa significhi. Lo squieto è ormai una parte di cui Emme è consapevole, la accompagna nelle sue giornate e la guida perfino nei sogni.

Un giovedì notte, dopo la consueta serata in compagnia di Andrea, addormentandosi Emme ha sognato una stanza bianca, piena di luce. Grandi vetrate. Piante ovunque. Camici colorati. Bambine e bambini che ridono. Un corridoio senza urla… Nessuno aveva ha fretta, nessuno guardava l’orologio. Un’infermiera si avvicina e le sorride. “Benvenuta, dottoressa Mery. È la sua clinica”

La mattina dopo Emme ha telefonato ad Andrea per raccontargli al telefono il sogno appena fatto.

“Ho sognato quello che vorrei fare. Voglio creare una clinica, costruire “qualcosa di buono”. Un luogo dove le persone si sentano accolte, curate come esseri umani, non come numeri.  Vite, non casi statistici. Dove si ascolti anche chi non ha voce. Un posto dove la salute non sia un privilegio, ma un diritto. Dove ci sia spazio per l’ascolto, per la prevenzione, per la formazione. Dove si lavori in squadra, con rispetto reciproco, dove non esistono categorie e gerarchie biologiche, sociali e culturali. È questo che voglio fare. Da sempre, forse. Ma me lo ero dimenticata.”

Nel frattempo, mentre lavora per trasformare questo sogno in obiettivo e lasciare “un’eredità significativa alle generazioni future, Emme non smette di ribellarsi e di imparare, conoscere, collegare, decostruire, capire… lo sa bene che, se vuole ribaltare un sistema e le sue dinamiche, devi continuare a studiare, per comprenderlo profondamente. 

La ribellione, infatti, richiede un presupposto essenziale: la consapevolezza.

 

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Scritto da Alessandra Nigro

con la redazione di E se da oggi

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