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Editoriali

Nessuno si salva da solo

Ho scoperto la pallavolo dando una manata forte ad un pallone di plastica mentre eravamo in cerchio con gli amici.  Me ne sono innamorato e il volley è diventato la mia passione e il mio percorso di vita.
Lo sport mi ha aiutato a crescere e mi ha fatto capire che, per ottenere risultati, bisogna sacrificarsi, allenarsi, accettare i propri limiti, per poi cercare di migliorarsi. Mi ha fatto capire che non è tanto importante vincere, ma prepararsi per vincere.

C’è un aspetto di questo gioco che mi ha subito conquistato.
Per regolamento i giocatori si devono passare la palla, massimo tre volte per ottenere un punto di squadra, non un punto individuale. Ciò fa diventare la pallavolo uno sport con valenze educative perché mette in evidenza la reciprocità e l’interdipendenza tra le persone. Io dipendo da come mi passa la palla il mio compagno.

Soprattutto, cosa succede durante il passaggio del mio compagno?
Qual è l’atteggiamento che ho ricevendo la palla?
Giudico se il passaggio è preciso o aiuto e correggo? Maledico o aggiusto?
Questo è il senso di squadra. Non giudicare e aggiustare è il corretto comportamento per realizzare il punto di squadra.
La disponibilità diventa un valore importantissimo quando si lavora e si vogliono raggiungere risultati insieme agli altri.
Essere disponibili significa non tirarsi mai indietro, aiutare e farsi aiutare, non sentirsi mai solo nelle difficoltà.
Tutto ciò aiuta a rendere una squadra, un posto di lavoro, una famiglia più vivibile, più fluido e sereno.
Sapere che nelle difficoltà puoi aiutare ed essere aiutato ti rende più sicuro e capace di esprimere le proprie responsabilità.

Ho sempre giocato nel ruolo di palleggiatore, il regista della squadra, colui che riceve sempre il secondo tocco e si assume la responsabilità di decidere a chi e come indirizzare il pallone. Il messaggio che il ruolo incarna è sempre stato chiaro: L’egoismo va messo a disposizione dei compagni.
Il talento e la voglia di vincere passano dalla mia capacità di coinvolgere i compagni.
Il percorso sportivo mi ha portato a diventare allenatore e allenare per me significa far crescere, va sottolineato che la crescita è legata al meraviglioso mondo dell’imparare.
L’allenamento nel settore dello sport e la formazione in ogni ambito lavorativo non possono mai dirsi conclusi: sono un incessante percorso sulla via dell’auto-formazione. Non è un caso che, a un certo punto, ciò che viene fatto sotto la guida dell’allenatore ceda il posto, per molti versi, all’auto-allenamento di ciascun giocatore. Una sostanziale presa di consapevolezza di sé e delle proprie responsabilità nei confronti del proprio diventare maturi e migliori.

Il talento individuale e lo spirito di squadra spesso vengono visti come forze in contraddizione. La mossa vincente, però, è trovare il modo di farli andare d’accordo, anzi di farli diventare una cosa sola. Usare valori e strumenti che nella mia lunga carriera sportiva ho sperimentato e applicato.
Ci sono mille sfide da affrontare, nello sport, ma anche nella vita e nel lavoro.
Una di queste è far emergere il talento di ciascuno, che sia un campo di pallavolo, in un ufficio o in famiglia.
Perché allenare il talento, proprio o quello degli altri vuol dire fondamentalmente allenare l’autoformazione, la capacità di ogni persona di conoscere i propri limiti, di accettarli e quindi di motivarsi per cercare di superarli o trasformarli in punti di forza. Per me allenare vuol dire allenarsi condividendo le proprie capacità e la volontà di migliorarsi, affidando all’aiuto degli altri le proprie debolezze e coinvolgendo a pieno le persone che ci circondano.
Le persone talentuose a volte vengono catalogate come egoiste. L’egoismo può essere una minaccia o può essere una forza propulsiva verso l’obiettivo.
Diventa una minaccia quando si pensa solo al proprio tornaconto e il tutto sfocia nell’egocentrismo (esisto solo io).
Si trasforma in forza quando il mio obiettivo si armonizza con quello della squadra e quando capisco che per realizzarmi ho bisogno degli altri.

L’empatia e la reciprocità ci permettono di oltrepassare il limite dell’egoismo e di sperimentare la forza creativa del fare insieme.
Lo sport, come diceva Papa Francesco, può essere un segno convincente di unità, di integrazione e può lanciare un messaggio di pace e unità in un mondo dove si sgomita per apparire e per emergere a tutti i costi dove l’io viene prima del noi, dove si scarta chi è debole e improduttivo.
La massima che deve ispirare il percorso educativo di una squadra è:” Non solo per il nostro tornaconto”.

 

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Ferdinando “Fefé” De Giorgi, CT della nazionale maschile di pallavolo

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Inizia la sua carriera nel 1977 con la Vis Squinzano, e tra il 1987 e il 2002 con la maglia della nazionale colleziona 330 presenze. Entra a far parte di quella “generazione di fenomeni” italiana, che conquista tre Campionati Mondiali consecutivi nel 1990, 1994 e 1998.

Da allenatore, nel 2018 conquista il Campionato Italiano, la Coppa Italia, la CEV Champions League e il FIVB Club World Championship. Nel 2021, diventa CT della nazionale italiana maschile, conducendola alla vittoria del Campionato Europeo nello stesso anno e del Campionato Mondiale nel 2022, riportando il titolo in Italia dopo 24 anni e poi confermandosi Campione del Mondo nel 2025 a Manila.

Al momento è l’unico atleta al mondo nella pallavolo ad aver vinto 5 mondiali (tre da giocatore e uno da allenatore). 

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