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Segnali di fumo #fuorisede #nostalgia #viaggio

I naviganti

In una sera d’estate alle Cinque Terre, Rocco e Gennaro creano un dialogo profondo sulla nostalgia e il futuro. Rocco, ex ufficiale di marina, sogna di diventare ingegnere navale per unire radici e ambizioni. Tra memoria e speranza, trova nel mare il simbolo perfetto del suo equilibrio interiore.

Liguria, Cinque Terre. 
È una calda giornata di luglio e il sole inizia a nascondersi all’orizzonte. 

Seduti scomodi su una grande roccia, Rocco e Gennaro. 
Non sono amici di vecchia data, ma il loro passato così simile e il loro presente condiviso, li unisce in un legame che va oltre il tempo. Sono colleghi ormai da diversi mesi, hanno imparato a conoscersi, ma c’è ancora molto da scoprire l’uno dell’altro. 
La spuma delle onde, il loro sciabordio e quell’inconfondibile profumo di salsedine disegnano la cornice perfetta di quel quadro. Entrambi fissano lontano, quasi alla ricerca di qualcosa che a fatica si riesce a mettere a fuoco. 
Infine, è Gennaro a voltarsi per primo  quando, con un sorriso appena accennato sulle labbra, nota che Rocco odora il mare a pieni polmoni.

“A cosa pensi, Rocco?”

Rocco, che poc’anzi aveva socchiuso gli occhi, li riapre lentamente, lo sguardo nuovamente fisso sull’orizzonte. 

“Penso che l’ultima volta che ho sentito l’esigenza di mettere ordine tra i pensieri sono corso al mare. Ma ero davanti alle mie acque, a Peschici, a 850 chilometri da qui.”

Gennaro lo ascolta come chi sa bene che stare lontani da casa non è facile. Anche Gennaro è un fuorisede. E sa che c’è sempre un velo di nostalgia che inumidisce lo sguardo, ma secca la gola. Così, mascherando la voce rotta con un tono serio, chiede  a Rocco ciò che in fondo è solito domandare spesso anche al suo cuore.

“Ti manca la tua famiglia?”

Rocco risponde senza esitazione, quasi come se quella risposta ce l’avesse pronta da giorni e aspettasse solo qualcuno pronto ad ascoltarla “Sì, mi manca la mia casa, mi manca la mia terra, mi manca il mio mare.” Ma il sospiro che segue lascia intendere che la frase non è finita: “Saicosa ho pensato l’ultima volta che sono tornato in Puglia?”

A quel punto Gennaro sembra sorpreso, corruga la fronte e il suo sguardo diventa interrogativo. 
È curioso. I ruoli si sono invertiti.

“Il mese scorso sono tornato a casa” prosegue Rocco. “È tutto così diverso da Milano. 
In città la vita scorre veloce, la frenesia è padrona delle nostre giornate. Invece  ‘giù’ è diverso. O almeno credevo che lo fosse. 
Ma ciò in cui mi sono imbattuto, non è quello che avevo lasciato: ho trovato due genitori con il viso segnato dal tempo e una fidanzata il cui corpo è sbocciato in quello di una splendida donna. 
Il pallone di cuoio con cui mio fratello giocava in strada, con gli amici, tra risate e schiamazzi, era in un angolo, dimenticato, mentre mio fratello si destreggia tra esami universitari e turni di lavoro. 
La verità è che il tempo scorre inesorabile anche lì, proprio come a Milano, ma non me ne rendo conto.”

I due giovani colleghi si perdono in un nuovo silenzio, cullati dal moto perpetuo delle onde.
Poi, è di nuovo Gennaro a fare il primo passo, a riprendere la conversazione.

“Non starai pensando di tornare giù? E il tuo sogno di diventare ingegnere navale?”

Rocco da qualche mese ha deciso di cambiare rotta, iscrivendosi ad un corso di studi da remoto presso una prestigiosa facoltà inglese. Fin da bambino sogna di diventare ingegnere navale: un percorso tortuoso che lo assorbe in uno studio impegnativo, a tratti difficile da conciliare con le scadenze lavorative e che lo ha visto cimentarsi, inoltre, in una lingua inglese accademica da rispolverare. Ma Rocco è motivato, deciso e ce la vuole fare . 
Vuole cambiare lavoro, alla ricerca di stimoli che lo facciano sentire vivo.

“La mia terra mi manca, Genna’. Ma forse il mio futuro è altrove. Lo credo davvero” Il tono del giovane appare quasi rassegnato, ma consapevole che la lontananza dai suoi affetti è il prezzo da pagare per raggiungere il suo obiettivo. “Ciò che vorrei, però, è riuscire a trovare il giusto equilibrio. Non voglio solo stare a galla, voglio prendere in mano il timone della mia vita. Pensa al mare: immenso, maestoso, cristallino, che rompe la sua calma con onde burrascose, per poi tornare placido. Un equilibrio perfetto in cui convivono colori, profumi e sensazioni.”

Gennaro, malgrado conosca Rocco da relativamente poco tempo, qualcosa su di lui la sa. 
Per esempio, sa che Rocco ha intravisto la tempesta: ne ha visto i lampi in lontananza, ne ha sentito i tuoni. Pochi mesi prima, infatti, alla madre di Rocco era stata ipotizzata una diagnosi di tumore cerebrale, fortunatamente risolta con un falso allarme. 
Tuttavia, il giovane ingegnere in quell’occasione  ha percepito nettamente mancare la terra sotto i piedi e, nonostante il tremolio delle sue gambe abbia poi  lasciato spazio a grandi sospiri di sollievo, la  cicatrice nella sua anima è  rimasta e rimane tutt’ora, portando con sé nuove consapevolezze.
Rocco inspira profondamente, come se il mare stesso lo spingesse a parlare.
“Sai, Genna’… prima di tutto questo, prima di Milano, prima dei nostri turni impossibili… io ero un ufficiale di marina.”

Gennaro sgrana gli occhi: non lo sapeva.

“Hmm-hmm. Ho passato anni in mare. Non da turista, non da passeggero… ma da uomo di equipaggio. Ho vissuto tempeste, albe mozzafiato, notti buie in cui l’unico rumore era quello della nave che tagliava l’acqua. Il mare ti cresce dentro. Ti forgia. Ti rende più forte e più fragile allo stesso tempo.» Rocco abbassa lo sguardo, come se ricordare facesse un po’ male.
«Amavo quel lavoro. Amavo il rumore degli ingranaggi, il ponte illuminato solo dalla luna… il senso di responsabilità. Eppure… ogni volta che attraccavamo e chiamavo casa, ogni volta che sentivo la voce di mia madre tremare per la distanza, ogni volta che perdevo un compleanno, un abbraccio, uno sguardo, capivo che il mare… pretendeva troppo.”

Il vento si alza, leggero, come una carezza salata. 

“Genna’, è per questo che ho iniziato ingegneria civile. Per restare vicino ai miei affetti. Per costruire qualcosa a terra, senza navigare lontano. Però, Genna’… quel richiamo non lo perdi. 
Il mare rimane lì, nei ricordi, nei sogni, nei polmoni. 
È come un tatuaggio che non puoi cancellare. 
Così ho trovato un compromesso: ingegneria navale. Un modo per restare legato a ciò che sono stato… senza dover rinunciare ancora alla mia famiglia.”

Il sole si è ormai spento tra le acque liguri. 
E ora, alzatosi il vento, per i due colleghi è tempo di spiegare le vele, e sfruttarlo  a proprio favore per tornare nella città ambrosiana.

Una volta a Milano, giunti in centro città, li aspetteranno ancora alcuni minuti di passeggiata insieme, prima di prendere strade diverse.

Rocco, illuminato dalla luce azzurra di un lampione di via Torino si volterà a osservare la propria immagine riflessa in una vetrina: l’immagine di un bambino che sogna di diventare un ingegnere navale, con però lo sguardo di un uomo maturo, consapevole del fatto che la rotta non sarà certo facile da tenere.

E nonostante questa improvvisa e seria valutazione d’intenti, consumata di fronte a un loden appeso in vetrina, nonostante questo corrucciarsi serale in volto, nell’atto di soppesare desideri e paure, malgrado tutto questo, Rocco, alla fine, sorriderà. 

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Scritto da Chiara Barone

con la redazione di Segnali di fumo

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