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Segnali di fumo

Maimouna e il suo cocktail

Tra danza africana, laboratori, viaggi e cambiamenti inattesi, scopriamo che identità diverse si possono mescolare senza annullarsi.
Una storia di trasformazione e contaminazione, dove
creare dialogo è costruire ponti tra culture, corpi e vite.

Come in ogni racconto, la storia danza con la leggenda.
È la seconda metà del Cinquecento e le acque dense del Mar dei Caraibi sono solcate dalle rotte commerciali dell’Impero spagnolo, dalle sue navi cariche di zucchero, argento e promesse di un radioso futuro coloniale.
È proprio qui, su queste acque, che compare una figura destinata a diventare mito: Francis Drake.
Per gli inglesi è un eroe, il primo uomo a circumnavigare il globo.
Per gli spagnoli è qualcosa di molto diverso: lo chiamano “El Draque”, il Drago.
Un corsaro imprevedibile, veloce, capace di apparire dal nulla e sparire altrettanto in fretta.
Le sue navi solcano i Caraibi come ombre veloci. Lasciandosi alle spalle porti saccheggiati, flotte intercettate, tesori sottratti all’impero più potente del mondo.
Ma anche i corsari hanno bisogno di attraccare ogni tanto.
E quando lo fanno cercano sempre le stesse tre cose: acqua dolce, riparo… e qualcosa da bere.
La ricetta originale di Francis Drake prevedeva dell’acquavite di canna (“aguardiente”), dello zucchero, la menta (la “yerba buena”) e il lime, il tutto mescolato insieme per contrastare lo scorbuto e per lenire i mali dei marinai durante le spedizioni.
È così che è nato uno dei drink più bevuti al mondo: il mojito.

 

Dakar (Senegal), oggi

Sono seduta davanti alla Cabane des Vents, un mojito tra le mani. Il bicchiere freddo, le gocce che scivolano lente, le foglie di menta che profumano di qualcosa di me che non esiste più.
La sabbia intanto, qui a Yoff, non si placa. Non sta ferma. Si sposta, si infila tra i piedi, si poggia sulle sedie di plastica come se anche lei volesse ascoltare.

Ay Way Sambaaa, Maimouna kaye fi! –
– Ehi! Vieni qui Maimouna! –

Intorno a me, le piroghe tornano a riva. I pescatori Lebou parlano forte, ridono, discutono. 
Le donne, che indossano boubou di stoffe colorate e che cucinano il pesce, con il loro wolof gridato attirano la mia attenzione urlando il nome che mi è stato affidato in questa terra, Maimouna, un nome di origine araba che significa “colei che porta fortuna”.

La vita qui non abbassa mai il volume. Io invece sì. 
Perché la verità è che questo mojito è una piccola bugia. Confesso: non bevo alcol da mesi. È stato un allontanamento graduale, all’inizio è stato lento. Poi necessario. Qualcosa è cambiato nel mio corpo. Di base, non sono mai stata una bevitrice. E non mi manca.
Eppure, ora, tengo tra le mani questo bicchiere. Come si tiene qualcosa che non serve più ma che racconta ancora qualcosa. Qualcosa che forse mi aiuta a ricordare.
E allora, qui, ora, la mente va. Ricorda.
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Il mojito, dicevamo. 
Partiamo dal bicchiere. Preferibilmente capiente e dalle pareti alte, essendo il mojito un long drink che richiede di pestare gli ingredienti e di aggiungere molto ghiaccio.
Perfetto sarebbe un Tumbler alto – chiamato anche Highball o Collins.
Dentro, la base del pestato: menta, zucchero, lime.
La menta è l’anima del cocktail, senza di lei non esisterebbe mojito.
Un’anima che si fa riconoscere ma che non sovrasta: non invade, non brucia.
Anche Maimouna è così: una presenza leggera, quasi invisibile a una prima conoscenza.
Ma che resta nella memoria di chi l’ha conosciuta. Si ricorda.
Anche la personalità di Maimouna, come la menta del cocktail, si è mischiata a zucchero e lime. 
Allo zucchero dei momenti luminosi: un’esibizione di danza andata particolarmente bene,  un applauso inatteso, qualcuno che intravede prima degli altri le sue possibilità.
E al lime. Quello che punge, che rompe l’equilibrio proprio quando tutto sembra perfetto.
Allenamenti infiniti, dubbi, occasioni mancate, dolori.
È lì che qualcosa si sposta davvero: quando l’acidità costringe a trovare una nuova forma.

 

Torino, gennaio 2018

La danza è sempre stata un fil rouge della mia vita.
Anni alla sbarra, tanti plié ripetuti fino a diventare automatici, pirouette cercate, mancate, trovate. Allenamenti su allenamenti per riuscire a farne tre di seguito. 
Piedi massacrati dalle scarpette a punta… 
E ora, eccomi qui: di ritorno dal secondo workshop di danza africana che ho contribuito ad organizzare a Dakar, in Senegal.

Il suono delle percussioni è entrato nella mia vita, mi ha avvolta e portata con sé lontana dal rigore della danza classica, trascinandomi in un mondo fatto di piedi scalzi, schiena che diventa flessibile e ritmo che porta a una nuova espressione corporea.

La formazione nella danza ha contribuito in modo determinante alla costruzione della mia identità, aiutandomi a riconoscere i miei punti di forza e a individuare nuove vie per mettermi alla prova e migliorarmi. Tra tutte, la disciplina è stata forse l’insegnamento più importante: mi ha dato la capacità di non mollare mai, un’attitudine che ho potuto esprimere anche nel lavoro. 
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Quando si pensa al mojito, spesso si tralascia il racconto di un elemento: Il pestello. 
Certo, il pestello non è un ingrediente, quanto piuttosto lo strumento per un gesto.
Senza il quale, però, il mojito non sarebbe un mojito ma un’accozzaglia di elementi slegati.
Il pestello schiaccia la menta, rompe gli equilibri, mescola profumi che prima stavano separati.
Sortisce un effetto simile a quando, nella nostra vita, succede qualcosa – o arriva qualcuno – che ti costringe a fare un passo avanti: un’occasione o un insegnante che ci sfida.
Una decisione che non puoi rimandare.

 

Saluggia, 2018

Mojito in mano, sabbia ancora tra le dita, la mia mente, vagando, torna a un momento significativo, una sorta di “piroetta” lavorativa avvenuta ancora prima della mia partenza per Dakar, in occasione dei workshop di danza. 
Il docente del corso di Empowerment — posso chiamarlo Maurizio, visto il rapporto che riesce a creare con i partecipanti — è una persona estremamente competente, e subito mi cattura. 
Mentre mi parla del concetto di “pensabilità positiva”, la mia mente sta già immaginando scenari alternativi rispetto a quelli che sto vivendo in quel momento, che non mi stimolano più a sufficienza. Il suo suggerimento di dedicare tempo e attenzione anche alla celebrazione dei piccoli traguardi quotidiani, dei nostri successi, è per me rivelatore: io quel tempo non me lo sono mai concessa, penso.

La domanda che continua a tornarmi in mente è: sarò capace di proporre e mettere in pratica un altro cambiamento?
In quel momento, in aula, mi sento come sul palco, quando il ritmo del tamburo accelera nella parte finale di una danza e il fiato, nella danza, sembra non bastare. Però, è proprio in questi momenti che la prospettiva di riuscire a donare anche quell’ultimo sorriso a chi ti guarda ti dà la forza di arrivare fino alla fine della sequenza coreografica.
La risposta, alla fine, è semplice: sì, ce la posso fare.

È stato in quel momento che ho deciso di confrontarmi con il mio responsabile per discutere possibili percorsi professionali futuri.
La sfida era arrivata. Aveva deciso di premere sulla mia vita per riattivare mente e azioni. 
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A un certo punto arriva il ghiaccio.
All’inizio sembra un ostacolo: freddo, duro, ingombrante.
Precipita dentro il bicchiere rumorosamente, prendendo spazio, riducendo lo spazio vitale.
Eppure, senza, nulla tiene davvero. È il ghiaccio che dà forma al Mojito.
Che obbliga ogni ingrediente a trovare il proprio posto.
E anche per Maimouna, a un certo punto, è arrivata la prova del ghiaccio.

 

Torino, febbraio 2020

Non si può più danzare. 
Sono tornata felice da Dakar e ora ecco che tutto si blocca.
Non si può più uscire di casa liberamente, muovere il corpo è diventato quasi vietato. 
In casa mi sento come un pesce in un piccolo acquario. E mi sento sollevata e privilegiata a poter andare al lavoro a dare il mio contributo per sviluppare nuovi metodi per la diagnosi del COVID.

Per sopravvivere in questa situazione “fuggo” in bicicletta oltre i limiti consentiti, con il rischio che mi fermino, ma almeno respiro e mi sento felice.

Mi sto allenando in casa ma ho deciso: da domani organizzerò degli incontri al parco perché ho bisogno di creare dei nuovi movimenti.
Voglio imparare ad esprimere le mie esigenze. 
Ad agire le scelte e non semplicemente a farne parte.
Voglio credere davvero che “ce la posso fare”, come mi ripeto sempre quando sono in difficoltà.
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La competizione, la fatica, l’adattamento continuo.
È questo, in fondo, il ghiaccio: sono le prove vere, quelle che non si possono aggirare.
Costringono a capire fin dove puoi arrivare — e, soprattutto, come.
E poi, quasi senza farsi notare, arriva però anche: la soda.
Dopo tanta durezza, un po’ di leggera, frizzante ondata di benessere.
Il mojito sembra respirare, quando arriva la soda a portare in superficie la menta.
E, nella vita, è quel momento preciso in cui qualcosa torna: il senso del percorso, il perché di ogni passaggio.

 

Torino, settembre 2020

Da qualche tempo un danzatore straordinario, proveniente dalla terra senegalese a me cara, ha attirato l’attenzione di tutti, per poi entrare nella mia vita e nelle mie coreografie.
Insieme, ci siamo ritrovati nella voglia di esprimerci artisticamente.

Ti trovo è il titolo della coreografia che abbiamo creato insieme nel periodo di lock-down ed è – lo dico con grande soddisfazione – bellissima. L’abbiamo presentata ieri sera al pubblico di Tribaltown, il Festival di danza e cultura africana che si tiene ogni estate, in questo periodo, a Torino. A guardarci c’erano artisti provenienti dai più svariati paesi, ma anche gente comune. 
É stato molto più che un successo, un’emozione. Ha toccato tutti gli spettatori. E per la prima volta, ieri sera, mentre danzavo il nostro duo, ho finalmente capito qual era il cambiamento che cercavo. 
Qualcosa di radicale ma che mi appartenesse.

I nostri movimenti sincronizzati sulla musica della kora (l’arpa africana), il ritmo dei tamburi, tutto mi riportava là dove volevo andare. 
Il colore delle nostre due pelli, così diverso, all’improvviso, nel vortice dei corpi, si è mescolato. E ho percepito davvero la danza, finalmente, come un ponte che stava fondendo insieme il tracciato di due strade, di due culture e due anime arrivate da esperienze molto differenti.

Finalmente mi stavo contaminando, stavo creando un legame con una terra lontana che amavo. Stavo imparando un nuovo linguaggio artistico e insieme al mio compagno stavo trovando un modo per esprimere la chimica che si era creata fra noi e la stavo rendendo palpabile, senza provare vergogna.

Ma soprattutto, mi sono sentita potente, e capace di dare alla mia vita una nuova direzione.
Una direzione africana
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E che mojito sarebbe senza il rum.
Rigorosamente rum cubano, bianco. Perché quello scuro – più speziato e complesso – potrebbe rovinare la freschezza del cocktail.
Il rum arriva dopo tutto il resto, con il compito di stabilizzare gli oli essenziali della menta. 
Eppure, è lui che cambia il senso della miscela.
È l’ingrediente che porta carattere, profondità, identità.
Nella vita, il rum sono le novità che ribaltano il percorso: una nuova compagnia, una città diversa. Un modo diverso di intendere la danza.

 

Dakar (Senegal), dicembre 2021

Sono cambiata!
E ho cambiato.

L’aria oceanica che mi accarezza quando esco dall’aeroporto Blaise Diagne di Dakar mi è familiare ma nello stesso tempo mi accoglie in modo diverso. I taxisti insistenti ora non cercano più di accaparrarsi una corsa, come se sapessero che so quale strada devo prendere e che non sarò da sola. 

La mia è una luna di miele particolare, arrivata in una fase della vita in cui i legami standardizzati non sembravano interessarmi più.

Non vedo l’ora di mangiare con la mano destra da un bel piatto condiviso di thiebou djien profumato e colorato: il tipico riso – con il chicco rotto due volte – condito con pesce, verdure note e semi sconosciute come il niambi (la manioca), il jakatu (una specie di pomodoro/melanzana verde) e le foglie di bissap (ibisco) in salsa di tamarindo. 
Il mio palato trasmette solo sensazioni positive.
Ho imparato a seguire la lunga procedura per cucinarlo, utilizzando mortai e pestelli di varie dimensioni, pentolame enorme e senza dimenticare la sequenza delle fasi di preparazione: proprio come un protocollo di laboratorio!

L’Africa mi ha legata a sé già tanto tempo fa ma ora ho una nuova famiglia e una nuova casa. 
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Alla fine, il barman prende il cucchiaio lungo, lo stirring spoon – spesso sagomato a spirale – e mescola tutto. L’anima speziata, Il dolce, l’acido, il freddo, le bolle, il rum intenso.
Tutto quello che prima sembrava separato trova il suo equilibrio.

 

Ouagadougou (Burkina Faso), gennaio 2025

Sono partita di nuovo.
Mi è dispiaciuto interrompere le attività che sto seguendo al lavoro: mi appassiona il taglio che sta prendendo la mia vita professionale perché mi consente di mettere in campo delle risorse che finora ho impiegato solo in ambito creativo: comunicare con persone di diversi ambiti e culture, espormi durante eventi aziendali, coordinare attività di diversi gruppi di lavoro

L’energia che si respira qui, però, sono sicura mi darà ispirazione non solo per nuovi progetti di scambio culturale artistico ma credo finirà anche per arricchire la mia vita lavorativa in Diasorin.
Vedo sempre più spesso, infatti, come le tre grandi componenti della mia vita: danza, relazioni sociali e lavoro diventino di anno in anno sempre più connesse e legate insieme in un movimento.

Sono di nuovo qui, in Burkina Faso, per il Festival Internazionale di Danza di Ouagadougou.
Torno dopo tanti anni, questa volta non per danzare ma come assistente coreografa. 

È sempre un’occasione meravigliosa trascorrere due settimane a lavorare con artisti provenienti da tutto il mondo – da Africa, Europa, Cina, India – e assistere a spettacoli di danza sempre molto interessanti. 

Sopporterò la coreografa e le danzatrici protagoniste della performance che presenteremo al festival, e durante la serata mi piazzerò in zona regia per coordinare l’addetto alle luci e il responsabile della musica.
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Forse è proprio questo il segreto di ogni storia, anche quella di Maimouna: non eliminare gli ingredienti difficili, ma imparare a mescolarli.
L’anima di menta, pressata dal pestello, si confronta e si mescola al dolce e all’amaro, il ghiaccio non la ferma, e a cavallo della soda sale in superficie, dove incontra il rum che la esalta, e poi… alla fine cosa resta? 

 

Oggi

Mojito ancora in mano, torno a quell’ultimo ricordo del 2025.
Al Burkina Faso, a quella notte di spettacolo.

Alla fine delle performance, dalla regia vengo chiamata a salire sul palco per un’esibizione non pianificata. La sfida: proporre lì, a tutti, un extra. 
Una coreografia da un’ora che ho avuto il tempo di assimilare in un giorno e mezzo. 
E…. ce l’ho fatta.

Un momento che, a ripensarci ora, mi pare non molto diverso da tutte quelle volte in cui, al lavoro, capita di venire chiamata a sorpresa a esporre dei contenuti in riunioni di alto livello: ormai, le mie due vite si nutrono a vicenda delle reciproche esperienze. 
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Il palcoscenico ha accolto Maimouna fin da bambina, mettendo a nudo le incertezze ma anche aiutandola a sviluppare il carattere e ad affrontare le sue paure. Ed ecco che ancora, il palco continua a essere presente nelle sue varie forme. Anche nel lavoro, proponendo nuove sfide.

Il suo mojito ora è fatto di piroette e percussioni africane, di biologia molecolare e microparticelle – al lavoro, in Diasorin. E pure di viaggi e musica per il mondo, di seminari e workshop, di persone eccezionali e personalità ancora da conoscere.

E allora, alla salute Maimouna! 
Cheers!  
Bisimillah!
Che Dio ci benedica!

 

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Scritto da Silvia Enrietti e Ginevra Molteni

con la redazione di Segnali di fumo

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