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E se da oggi #Cambiare #Imparare #viaggio

Sempre un passo più in là

Ogni cambio di rotta può trasformarsi in sfida e in un modo per crescere: cambiare lingue, paesi, lavoro, relazioni. Pensare con la propria testa serve proprio a trovare il coraggio di non restare fermi e di cercare, ogni volta, il passo successivo.

Ho sempre avuto bisogno di qualcosa davanti a me.
Non necessariamente una meta precisa, ma un punto verso cui muovermi. Qualcosa che mi costringa a uscire dalla posizione in cui mi trovo e a mettermi nuovamente alla prova. 
Se dovessi descrivermi, probabilmente userei parole come determinato, curioso, positivo, tenace
Ma ce n’è una che sento mia più di tutte: flessibile.
Non mi sono mai sentito una persona rigida o particolarmente schematica. Mi piace ascoltare, stare con gli altri, cambiare prospettiva. Credo sia anche per questo che viaggiare ha avuto un ruolo così importante nella vita. Ogni volta che parto ho la sensazione di poter guardare le cose da un’altra angolazione. Il contrario del viaggio, per me, è la staticità. E la staticità è forse l’unica condizione che riesce davvero a mettermi addosso una certa insofferenza. Non migliorarmi, non crescere, non avere un piano, non sapere cosa ci sarà dopo: sono tutte “non azioni” che in qualche modo mi rattristano. Ho quasi sempre bisogno di avere un obiettivo nel futuro prossimo, qualcosa su cui concentrare le mie energie. Mi piacciono le sfide proprio perché introducono una difficoltà, certo, ma anche la possibilità di superarla e di arrivare dall’altra parte un po’ diverso da prima. 
Guardandomi indietro, noto che questa postura mentale ha attraversato gran parte della mia storia.

Una delle sfide che ricordo con più entusiasmo mi si è parata davanti ai tempi dell’università.
Avevo deciso di iscrivermi a una magistrale in inglese, pur non parlando bene la lingua. All’inizio quella scelta significava soprattutto disagio. Avevo paura di sbagliare, mi vergognavo a parlare e tendevo a evitare tutte quelle situazioni in cui avrei dovuto espormi.
Poi, è successa una cosa imprevista: mi sono innamorato.
Quel contesto internazionale, che all’inizio mi metteva così tanto a disagio, mi ha procurato l’incontro più importante della mia vita, quello con mia moglie. Lei è turca, viene da Istanbul. Attraverso la nostra relazione, nel gesto di avvicinarmi oltre che a lei anche a quel suo mondo a me così distante, piano piano ho cominciato ad assimilare una cultura che fino a quel momento mi era completamente estranea. E con il tempo, quella cultura è diventata parte della mia vita, tanto che ora la Turchia non è più soltanto il Paese di mia moglie ma una sorta di seconda casa.

Quando penso a una delle cose più folli che ho fatto per amore  (ovviamente per lei) la mia mente va lì, a Istanbul. Eravamo sul Bosforo, festeggiando il nostro fidanzamento ufficiale quasi come fosse già un matrimonio, su una bellissima terrazza affacciata sull’acqua, con il tramonto a fare da sfondo e centinaia di invitati.
Io, per l’occasione, avevo preparato una sorpresa, senza dirlo a nessuno.
Avevo preso lezioni di un ballo tradizionale diffuso tra Grecia e Turchia, il Sirtaki, e avevo imparato i passi di nascosto, con l’intento di sorprendere mia moglie durante la festa. 
E così, quella sera, sul Bosforo, mi sono ritrovato a ballare davanti a tutti.
Ero agitatissimo. Molto più di quanto volessi ammettere.

Ripensandoci oggi, credo che quella scena racconti qualcosa di me che va oltre il romanticismo del gesto. C’era sì il piacere di un incontro, dell’entrare e appartenere, anche se solo per una sera, alla cultura della persona che amavo. Ma poi soprattutto c’era la voglia e il brivido di osare l’impensabile, di ballare e farlo senza preoccuparmi troppo del rischio di espormi, di sbagliare, di rendermi ridicolo.
Negli anni ho imparato anche un po’ di turco, una lingua tutt’altro che semplice, e questo credo anche grazie all’amore per il viaggio, che – penso valga per tutti – insegna la bellezza di avvicinarsi a mondi altri da noi e non di rimanerne fuori o, peggio, di respingerli, isolandosi.

Uno dei viaggi che ricordo con più affetto è stato proprio il viaggio di nozze, negli Stati Uniti. Io e mia moglie abbiamo percorso in auto Arizona, Utah e California. Naturalmente mi sono rimasti impressi i paesaggi, i colori, gli spazi enormi. Ma quello che ricordo ancora meglio è… una sensazione. 
Quella sensazione, fisica, che la vita possa essere costruita in tanti modi diversi e non secondo uno schema valido per tutti e per sempre. Chilometro dopo chilometro, passando da uno Stato all’altro, ho cominciato a pensare che forse non esiste un unico luogo al quale dobbiamo appartenere per forza e per sempre. Che si può vivere altrove, ricominciare, cambiare ancora.
Il viaggio attraverso tutti quei mondi e quelle possibili vite, ai miei occhi, in quel momento, si è trasformato nella prova plastica delle molte, possibili vite che potrebbero coesistere all’interno della stessa vita di un uomo. All’interno della mia.

Mi era capitato di riceverne un assaggio, di questa possibilità – della possibilità di scoprire, altrove nel mondo, una versione di me finora sconosciuta – durante un viaggio ancora precedente a quello di nozze, il viaggio in Norvegia, alla volta di Oslo, città dove ho abitato per un anno, durante il mio secondo anno di Laurea Magistrale in inglese. Un viaggio che, a ripensarci, non chiamerei di piacere quanto piuttosto un viaggio “di sfida” per testare definitivamente la capacità con la lingua inglese e per mettersi davvero alla prova in un contesto internazionale.
Non si trattava , in questo caso, di scoprire un Paese. Dovevo imparare a scoprire come stare con me stesso. Sono sempre stato un tipo socievole e in Italia ero abituato ad avere sempre persone attorno. In Norvegia mi sono trovato invece a fare i conti con spazi solitari e tempi dilatati, con una cultura nella quale il rispetto della sfera personale è molto forte. All’inizio quella distanza mi è sembrata difficile da comprendere. Poi, lentamente, è diventata un’opportunità. Ho imparato a stare da solo e a non vivere la solitudine come un’assenza ma come uno spazio da riempire con qualcosa che appartenesse davvero a me. Ho cominciato a correre. Ho iniziato a fare sport con una continuità che prima non avevo mai avuto. Ho passato molto più tempo nella natura e ho scoperto l’escursionismo. Ho dormito in tenda, affrontato camminate e vissuto esperienze che probabilmente, nella mia quotidianità italiana, non avrei mai avuto modo di fare.
Tra i ricordi più forti c’è l’aver visto il sole di mezzanotte, quando la luce sembra non voler lasciare spazio al buio. Ma ricordo anche cose apparentemente molto più piccole e banali. Ho imparato a cucinare il sushi, la pizza… piatti che prima non preparavo.
Sembrano dettagli, ma per me raccontano bene quell’imparare a star da solo che prima era alieno.

L’amore per le scoperte e per i nuovi tragitti – fossero tracce su una mappa o scelte di vita – ha condizionato alla fine anche il mio lavoro, un terreno, anche quello, di partenze e ripartenze.
Il mio percorso lavorativo è iniziato come biotecnologo, volevo lavorare nei  laboratori di ricerca o industrie e sviluppare farmaci, vaccini, terapie innovative, analisi diagnostiche, soluzioni per l’agricoltura e l’ambiente. Ma poi ho deciso di cambiare direzione spostandomi dal laboratorio al settore aziendale, nel mondo della diagnostica di laboratorio. Dapprima come Specialist di prodotto e poi in qualità di Sales. Un ruolo in cui, oltre a perseguire gli obiettivi di business, è fondamentale costruire relazioni umane solide e durature con gli interlocutori del settore, guadagnare fiducia e collaborazione, e – cosa non da poco – contribuire alla crescita dei laboratori ospedalieri proponendo quanto più spesso possibile idee e innovazioni cliniche e tecnologiche.
Non è stato un passaggio immediato. Ho continuato a lavorare e contemporaneamente ho frequentato un master, cercando di costruire le competenze necessarie per entrare in un mondo professionale diverso da quello in cui avevo iniziato. Ancora una volta mi trovavo nella posizione di chi deve imparare qualcosa di nuovo. E, ancora una volta, con tutte le difficoltà del caso, quella sensazione mi piaceva. Era l’ennesima sfida. L’ennesimo tentativo di capire dove e come mettere insieme tutti i pezzi.

Certo, quando a casa si è in due – mia moglie e io – il progetto di vita diventa più complicato e l’idea di rischiare può addirittura sembrare folle. Bisogna decidere dove vivere, cosa fare, quale equilibrio costruire. Agli occhi di altri il proprio bisogno di cambiamento, quella carica di  energia, può risultare una forma di insofferenza. E tu stesso, abituato a chiederti continuamente cosa ci sia dopo, prima o poi rischi di chiederti anche se le scelte fatte prima, da cui ora ti stai nuovamente emancipando, non siano in realtà una serie di decisioni sbagliate, una dopo l’altra. 
È una domanda che credo sia particolarmente forte nella mia generazione.
Siamo una generazione che ha imparato ad avere molte possibilità e che, proprio per questo, forse fa più fatica a smettere di cercare. Se possiamo cambiare città, lavoro, nazione, abitudini… perché dovremmo fermarci? Se abbiamo la possibilità di costruire ogni volta una vita diversa, come facciamo a sapere quando stiamo vivendo finalmente quella giusta?

Non ho ancora trovato una risposta. E forse non può che essere altrimenti, visto che la mia storia, a quanto pare, sembra continuare a costruirsi proprio intorno al valore di una perpetua ricerca.
La mia idea di felicità non ha molto a che fare con l’arrivo.
Ha più a che fare con la possibilità di sentire ancora quella spinta che mi porta a imparare un nuovo ballo prima di salire su una terrazza sul Bosforo, o a imparare una lingua che mi mette in imbarazzo, o a partire verso un Paese straniero, a dormire in una tenda sotto il sole di mezzanotte o a sedermi nuovamente sui banchi di un master per cambiare mestiere.
Ci sono però alcune cose che restano, anche mentre tutto cambia, e sono mia moglie, il rapporto con la mia famiglia; i  miei nipoti, che continuo a sentire vicini nonostante la distanza. Le persone che danno un significato ai luoghi che ho attraversato e alle esperienze che ho vissuto. 
Loro, sono la mia bussola. Tutto il resto è ancora in viaggio.

 

 

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Scritto da Gennaro Cecoro e Massimiliano Motta

con la redazione di E se da oggi

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Foto di: Giulia Grani, Judy Beth Morris e  Alexandros Giannakakis

 

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