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E se da oggi #creatività #gemelli #gravidanza

Comincio… da tre

Da un’ecografia inattesa nasce una sfida fuori misura: tre gemelli.
Tra paure, ospedali e caos quotidiano, un padre impara a trovare soluzioni sorprendenti, trasformando ostacoli logistici e paure in ingegno, nuova routine e inaspettata forza familiare.

A me – sinceramente – bastava  il mio cane. 
Il mio fedele pointer bianco chiazzato marrone, con cui avevo condiviso gli ultimi anni. 
Invece, come spesso succede nella vita, mi sono trovato nello studio di una ginecologa – Jessica, compagna di superiori e di feste – a capire se nei mesi successivi avrei dovuto gestire un animale decisamente più impegnativo, di quelli che all’inizio camminano per casa a quattro zampe e poi crescendo magari imparano a suonare uno strumento. 

“I battiti credo siano due. Sì, sto rilevando due diversi battiti”

Ancora però ci rimaneva un certo – piacevole – dubbio. Sapevo da Jessica che  quell’ecografo talvolta si era rivelato poco preciso. Sicuramente sarà quelloPotrebbe essere di bassa qualità. Jessica aveva appena avviato la sua attività. Non ne avrà comprato uno eccezionale e molto caro, dai! 

Inevitabilmente, però, tanto io che mia moglie non riuscivamo a non pensare a quel nostro albero genealogico costellato di coppie di gemelli, che adesso mi immaginavo come facce sghignazzanti, dentro tante foto in cornice. Dico “nostro” albero genealogico perché sì, sia il mio che quello di mia moglie hanno questa caratteristica. 

Come si gestiscono due gemelli? 
Semplicemente doppia scorta di pannolini, doppio latte, due biberon e doppie notti insonni?

Il pomeriggio del lunedì successivo Jessica ci ha chiesto di andare nel centro di PMA in cui lavorava, uno di quei posti specializzati  nell’aiutare coppie in cerca di cicogne.
“Lì, avranno di certo una strumentazione più evoluta, vedrai”. Ho rassicurato mia moglie. O forse me stesso.

“Sì, sono due… Confermo  Aspettate, no…
No aspettate…sembrano tre!”. 

La solita Jessica!  È sempre stata una persona a cui piace scherzare. 
Stavo quasi cominciando a  riderci sopra quando Jessica ha chiamato  il suo collega più anziano per un secondo parere: al che ho sentito distintamente un nodo alla gola 

Non ricordo tutti i dettagli di quel momento decisivo per la mia vita ma sono abbastanza certo che a quel punto le luci della stanza, nella mia testa, mi sono parse ruotare vorticosamente attorno a me mentre non-so-chi ci confermava che erano davvero tre i gemelli quelli dentro la pancia di mia moglie.

Mi sono accorto della presenza di una finestra, sul lato sinistro della stanza, e per un attimo… 
Insomma, dovevo solo essere scaltro, spostare la tenda e saltare! 
Purtroppo per me, eravamo al primo piano e un salto da quel punto non avrebbe risolto la situazione. Non si corre tanto veloce con una gamba rotta, no?  

Nella mia gola non c’era più un solo goccio di saliva. Avevo dimenticato come si articolano le parole, anche quelle più corte tipo ago” o “uva”. L’aria nei polmoni sembrava infiammarmi il petto e nelle orecchie entrava solo “La natura sa decidere, se è capitato a voi è perché di sicuro sarete in grado di affrontarlo”. E questo avrebbe dovuto tirarci su di morale? Boh, in ogni caso non era  davvero il momento giusto per capirlo.

Uscendo da quella stanza ricordo di essermi ritrovato in un’enorme sala d’attesa: le pareti erano tappezzate di foto di bambini con dediche e ringraziamenti  e piene di coppie sedute lì ad aspettare che qualcuno le aiutasse a concepire figli. 

In quel momento non ho potuto fare a meno di riflettere su come noi, agli occhi di ognuna di quelle persone, sembrassimo dei privilegiati: avevamo l’opportunità di ottenere in sovrabbondanza quello che loro aspettavano, tra fatiche e dolori, da tanto tempo. 
Detto questo, nessuno poteva togliermi dalla testa che ci trovavamo in un bel casino da gestire.

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Le parole, pian piano, si sono riaffacciate,  ma dopo diversi giorni. 
Ogni nuovo pensiero portava con sé altre difficoltà. 
C’erano, da una parte le preoccupazioni legate alle conseguenze che una gravidanza ad alto rischio come la nostra, può portare alla mamma e ai piccoli. 
E poi, di sicuro, non andava sottovalutato l’aspetto economico: sicuramente la spesa sarebbe stata ingente e ogni previsione di calcolo troppo ottimistica.
E se ciò non bastasse, era da considerare anche l’effetto dirompente sulla sfera personale: ognuno di noi vive di aria, acqua, cibo, ma ha bisogno anche di passioni, interessi, divertimento. 
Come avrei potuto continuare anche solo a mantenere qualcuno dei miei hobby? 
E che ne sarebbe stato  di tutti i permessi e le ferie gelosamente messi da parte per il viaggio della vita? 

Ultimo, non per importanza, veniva il lavoro: in quel momento avevo la possibilità di fare trasferte girando il mondo, e ci tenevo moltissimo a continuare a farle. Mi piacevano, ma sapevo che non sarebbe più stato lo stesso e che perfino il lavoro sarebbe passato in secondo piano. 

Per fortuna, sotto molti aspetti la storia è andata meglio di quanto previsto : la gravidanza, dal punto di vista fisiologico, si è risolta senza intoppi.
Ho dovuto solo accompagnare mia moglie tutti i martedì a fare un’ecografia particolare, per prevenire problemi tipici delle gravidanze gemellari. E presto abbiamo scoperto che la nostra è stata più unica che rara: si è trattato, infatti, di un caso di gravidanza “monocoriale bi-amniotica”, in parole povere una gravidanza che ha coinvolto un’unica placenta e due sacchi amniotici, di cui uno contenente due gemelli. Un caso da rivista scientifica che  ha implicato  un trattamento specialistico e continuo. 

Esito dell’amniocentesi: tre maschi. Da quel momento in poi non si trattava più di attendere un concetto indefinito;  ora sapevamo esattamente cosa e chi erano i nostri figli, oltre al periodo in cui sarebbero nati: a metà novembre.

In seguito al cesareo –  intervento di prassi in questi casi – “i tre giganti sani”, tutti e tre della stessa grandezza, due chili ciascuno, sono stati portati in terapia intensiva neonatale dove sono rimasti per circa un mesetto.
Mia moglie è stata dimessa dopo alcuni giorni dal parto e su suggerimento dei medici è andata a casa dei suoi genitori a riposarsi; mentre io, ogni mattina, prima di andare a lavoro, passavo in ospedale a vedere i bambini e ci tornavo la sera prima di rientrare. 
I medici ci avevano prospettato una lunga degenza,  e direi che le prime tre settimane sono andate abbastanza bene. Abbastanza lisce e senza particolari scossoni. 

Finché, un bel giorno nevoso di dicembre, mentre ero in visita presso un cliente, mi è squillato il telefono.  Ho riconosciuto il numero dell’ospedale e ho risposto immediatamente:

“Che succede?” rispondo spaventatissimo.
“I bambini stanno bene, sono cresciuti, può venire a prenderli e portarli a casa” dice  la voce di una dottoressa gentile.
“Ma sta nevicando!” le rispondo, come se potesse essere una scusa valida per non andarli a prendere. 

La dottoressa aveva già riattaccato.

In preda al panico non ho nemmeno chiamato mia moglie per avvisarla. 
Con me, in macchina, non avevo nulla: non passeggini, nè ovetti, nè vestiti. Niente di niente. 

“Posso venire a prenderli a rate?”  Una volta in ospedale ho avanzato, senza alcuna vergogna, questa proposta a un medico che sembrava un tipo comprensivo. 
Forse gli posso fare pena – devo aver pensato –  e lui capirà che non sono attrezzato per portarli tutti quanti a casa contemporaneamente.
“Potrei recuperare sabato il primo, il secondo lunedì e il terzo mercoledì, che ne pensa?” 
Lui ha acconsentito e dopo due giorni è stato il momento di ritirare Bambino 1.

Una volta a casa abbiamo seguito con estrema attenzione tutte le regole che ci avevano dato . Gli abbiamo dato il biberon e l’abbiamo messo a dormire pronti a svegliarci al primo cenno di pianto, che però non è mai arrivato. Dormiva beato! 

Ci dobbiamo preoccupare? Dobbiamo svegliarlo?

Quando siamo andati a recuperare Bambino 2 da poco c’era stata un’emergenza medica per cui era stato necessario chiudere la terapia intensiva neonatale. 
Risultato? Bambino 2 e Bambino 3 li abbiamo ritirati insieme.

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Erano così piccoli che, per comodità, li abbiamo messi a dormire nella stessa carrozzina. 
La prima sera tutti e cinque insieme, io, mia moglie e tutti e tre i bambini, ci siamo coricati e prima di spegnere la luce io e mia moglie ci siamo guardati negli occhi e – con gli occhi dell’amore – ci siamo detti “Siamo circondati!”.

 Da quel momento in poi hanno cominciato a venire a galla tutta una serie di problemi logistici, attivatori però di  altrettante soluzioni ingegnose.

Come faccio a trasportare tre bambini piccoli su un’automobile?
Acquistando l’unica auto con abbastanza spazio nei sedili posteriori da ospitare i tre ovetti regalati dai nonni. Sia benedetta la Fiat 500L!

Come faccio a far addormentare tre bambini insieme?
Sedendomi su una sedia, agganciando i miei piedi alle due carrozzine – una singola e una doppia –  e dondolandomi per cullare tutti e tre contemporaneamente, mentre provo a leggere qualche riga dei miei amati libri.

Come faccio a risparmiare un po’ di denaro?
Ordinando il latte direttamente dalla fabbrica in Germania e comprando stock di pannolini in offerta. Ovviamente di qualità, perché non devono esserci conseguenze scomode. Ogni singolo gesto, ogni operazione deve essere studiata e tarata per incastrarsi con tutta la nostra routine.

Hai dato da mangiare a tutti e tre o qualcuno l’hai saltato? 
Oddio. Come faccio a distinguerli i miei bambini?
Seguendo per ogni cosa il colore dei tre diversi cappellini che avevano in ospedale: 
Bambino 1-Blu, Bambino 2-Verde e Bambino 3-Arancione. 
Non puoi sbagliare, così.

All’inizio mi illudevo che, col passare del tempo, tutto si sarebbe placato. 
Pensavo che, crescendo, i ritmi si sarebbero stabilizzati e il caos primordiale dei primi mesi avrebbe lasciato spazio a una routine più gestibile. 
Mala realtà aveva in serbo un piano diverso. E più logico, ora che ci penso.
I loro bisogni non potevano che crescere con loro, e con essi le attenzioni necessarie, le energie richieste, e inevitabilmente anche la capacità da parte di noi genitori a  reinventarci ogni giorno.

Ricordo  perfettamente il giorno in cui, per esempio, ho montato i tre lettini nella loro cameretta. Mi sembrava un successo epocale: finalmente avrebbero abbandonato le carrozzine, e tutti noi avremmo fatto un passo avanti verso una nuova normalità.
Ci avevo messo cura, entusiasmo, persino un pizzico di orgoglio. Ma avevo trascurato un dettaglio fondamentale: gli spazi.
Due dei lettini erano contigui e loro, che ancora non camminavano, avevano però già imparato l’arte segreta dello scavalcare. E ora, nel tempo di un battito di ciglia, si lanciavano a capofitto nel letto del fratello, ridendo come piccoli acrobati inconsapevoli del pericolo. Io invece, guardandoli, trattenevo il fiato. 
Sarebbe bastato un movimento più ampio, un piccolo errore di coordinazione (che in quel periodo della vita non è esattamente al suo massimo) e sarebbero potuti finire dritti sul pavimento.
Ed è stato così che, una notte di veglia e ansia, mi sono convinto  a ridisegnare completamente la stanza. Il mio “successo epocale”  è stato smontato pezzo per pezzo.

Anche le vacanze, o gli spostamenti più banali, si rivelavano via via  un’impresa titanica. 
Alla fine, per sopravvivere, ho acquistato  nove lettini da campeggio: tre per il mare, tre per i nonni, tre come riserva tattica. 
Mi serviva la certezza di un appoggio ovunque, come un soldato che non si muove senza la sua attrezzatura.

I momenti complessi, insomma, non sono certo mancati. 
I miei figli non sono mai stati dei bambini tranquilli, e ho perso il conto delle volte in cui siamo finiti al pronto soccorso tra cadute, botte e incidenti vari.
Uno dei tre è addirittura riuscito a cadere dal tetto — e ancora oggi non so come sia potuto succedere — uscendo per miracolo senza nemmeno una frattura. 
Ogni volta che ripenso a quell’episodio il mio corpo è attraversato un brivido, mentre la mia mente è subito  raggiunta da un immenso senso di gratitudine.

Anche le malattie più comuni diventavano sfide epiche. 
Basta provare a immaginare cosa voglia dire gestire tre bambini con l’influenza intestinale… una sorta di apocalisse domestica, in cui ogni secondo è una corsa contro il tempo. 
E noi lì, in mezzo, armati solo di buona volontà e di una resistenza che non sapevamo nemmeno di avere.

Eppure, con il tempo e con l’esperienza, qualcosa in noi è cambiato. Abbiamo imparato a costruirci una nuova routine: fragile e flessibile, come un ponte sospeso ma resistente.
I bambini, crescendo, non hanno certo smesso di richiedere attenzioni; semplicemente le richieste sono cambiate. Meno fatiche fisiche, forse, ma più esigenze profonde, e più complesse. 

Ed è stato allora che abbiamo capito una grande verità: la loro forza, il fatto che siano in tre, è un dono. Possono aiutarsi, sostenersi, crescere insieme come una piccola comunità solidale. 
E noi – famiglia – possiamo appoggiarci a questo legame.

Il nostro atteggiamento verso la vita è cambiato. Le priorità sono diventate cose che percepiamo come più autentiche, più salde, più vere. E anche il rapporto con il lavoro si è trasformato: nonostante le difficoltà iniziali, oggi è più sereno, più equilibrato, più sincero.

Certo, le sfide non sono finite. Davanti a noi vedo arrivare anni belli complessi: l’adolescenza, le scuole superiori, le prime scelte importanti della vita.
Ma, proprio grazie al legame che i tre hanno creato e alla capacità di aiutarsi a vicenda, so che ce la faranno.
E so che ce la faremo anche noi.

Perché, alla fine, è sempre così: si cresce insieme, inciampando, rialzandosi, ridisegnando ogni volta gli spazi della vita. E, passo dopo passo, si scopre che perfino il caos, con la giusta mentalità, può diventare: casa.

 

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Scritto da Massimiliano Motta e Giulia Palma

con la redazione di E se da oggi

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