Gerani
Una futura mamma, travolta dal senso di responsabilità verso il lavoro, scopre grazie alla figlia che sta per nascere che accountability non vuol dire solo rispondere agli altri, ma anche agire con integrità verso sé stessa e verso chi sta per arrivare nella sua vita.
Sono serviti tempo, tenacia e determinazione per portare a termine un progetto difficile e, nel frattempo, la mia vita scorreva in modo frenetico, talvolta ponendo qualche ostacolo a qualche desiderio.
Era una delle più belle giornate di primavera di quest’anno ed ero sola in casa da qualche minuto: gli altri erano appena usciti per andare al lavoro e a scuola. Mentre le tende della sala si gonfiavano con l’aria fresca, mi era passato uno strano pensiero per la testa: avevo dimenticato di salutare una cara collega, così le ho scritto subito un messaggino.
Mi era sembrato strano perché eravamo abituate a sentirci quasi quotidianamente eppure, da quando ero in congedo per maternità, da appena una settimana, non era ancora capitato di cercarci.
Ciò che avvertivo come strano era il mio bisogno di doverla salutare. Perché?
Era così necessario farlo?
Era davvero così efficace una visita o una telefonata di saluto per smettere di pensare al lavoro, ai colleghi, agli impegni?
A me non stava riuscendo: non avevo ancora scollegato la mente dalle cose che restavano da gestire, dagli appuntamenti, dai progetti.
E solo quando la mente, affaticata dai pensieri, scaricava tutto sul mio corpo, finalmente mi rendevo conto che così non stava andando bene.
In quelle giornate avrei dovuto sentire l’anima serena e più leggera, eppure avevo il cervello che frullava e continuava a restare impegnato su altri scenari. Mi capitava di non riposare bene e di continuare a pensare, anche nel buio della notte, a ciò che non ero riuscita a compiere entro la fine di aprile.
Avevo deciso di lavorare fino all’ottavo mese ed ero arrivata alla fine di quel periodo profondamente affaticata. Nelle ultime quattro settimane il mio fisico mi stava lanciando ripetuti allarmi, chiedendomi di rallentare e riposare più spesso.
Era questo il grande contrasto: ero abituata a correre invece che a camminare, a saltare le pause per ottimizzare tempi e spostamenti, a sfidare continuamente le lancette dell’orologio.
In tutti i mesi precedenti ero stata pervasa da mille dubbi e timori su come il mio futuro sarebbe cambiato: gli equilibri in famiglia, i progetti di viaggio, le relazioni con gli altri e la gestione del mio lavoro.
E questa analisi aveva sempre una prospettiva esterna a me: mi confrontavo con le possibili riflessioni degli altri, con i loro giudizi, senza mai lasciare prevalere le mie motivazioni.
Non era facile, ma riconoscevo che diversamente non sapevo fare: mi affliggeva il pensiero di deludere tutti, e questa sensazione mi perseguitava negli ultimi mesi ogni volta che pensavo ai colleghi di lavoro o ai clienti.
Pensare di fermarmi stava diventando un peso; l’idea di interrompere un flusso che continuava da diversi anni non lasciava spazio ad altre emozioni, più belle, che pure c’erano, ma duravano solo pochi attimi.
Mi sentivo più impreparata a fermarmi sul lavoro, dopo sei anni senza sosta, che a ridiventare mamma dopo nove anni.
Ero stata davvero fortunata a poter fare il lavoro che amavo, che mi consentiva di stare a contatto con la gente, ascoltare le loro esigenze e lavorare in team per creare le soluzioni migliori. Allo stesso modo, però, ci restavo male quando qualcosa andava storto e soprattutto quando qualcuno non era soddisfatto del risultato.
Ed è proprio in quei mesi che ero preoccupata che la mia pausa per maternità avrebbe creato un disagio aziendale, caricando qualcun altro dei miei incarichi e delle mie responsabilità. Per questo avevo scelto di lavorare fino a quando mi sarei sentita fisicamente in forma.
Il risultato finale era stato soltanto aver accumulato tanta stanchezza e aver maturato un senso di colpa atroce nei confronti di me stessa, senza riuscire a godermi serenamente il nuovo arrivo neanche per un solo giorno, fino ad allora.
Nessuna influenza esterna: era tutto generato dentro di me. Dalle voci attorno, infatti, sentivo incoraggiamento, attenzione e tanta tenerezza; consigli a prendermi cura di me stessa e a non dedicare tempo a cose meno importanti di quell’evento.
In tantissimi mi avevano scritto «Non pensare a noi!» e quella frase così comune, contenuta nelle risposte ai miei saluti di congedo, era riuscita finalmente a farmi cambiare prospettiva… in extremis.
Oggi non vedo l’ora di incrociare lo sguardo di mia figlia e di imparare a riconoscerlo.
Quando arriverà sentirò di aver vinto finalmente una piccola battaglia, riuscendo a diventare di nuovo mamma per me e per il mio primo bimbo, che ha sempre desiderato diventare un fratello maggiore, per camminare e crescere in compagnia.
Ieri, dopo cena, eravamo insieme sul divano e gli ho proposto di ascoltare un po’ di musica rilassante. In questo periodo, infatti, non sopporto i rumori della TV: non riesco a seguire un film o una serie televisiva, per quanto leggeri possano essere.
Abbiamo fatto partire la playlist Piano Relax, con musica acustica che rallenta il mio ritmo e ammorbidisce il pancione.
Lui si è steso sul mio fianco e mi ha chiesto: «Mi dai un po’ di ricarica? Oggi sono completamente scarico».
È il suo modo di esprimere il bisogno di coccole e di abbracci.
Così l’ho avvicinato di più al mio petto per accarezzargli i capelli e lui, nel frattempo, mi aggiornava sullo “stato di ricarica”: «10% di ricarica, ora 20%, 35%…» e così via.
Alexa ha cominciato a riprodurre Nuvole Bianche di Ludovico Einaudi e lui si è fermato con la sua conta per dirmi: «Mamy, questa mi piace tanto, me l’hai fatta scoprire forse due anni fa».
Poi, di getto, mi ha posto quella domanda che quasi tutte le mamme si aspettano:
«Quando arriverà la mia sorellina, tu mi amerai un po’ meno di adesso?»
«Bibi, il mio amore per te raddoppierà», l’ho rassicurato con voce calma, perché sono certa di quello che avverrà: quando Bibi parla di lei, la desidera talmente tanto da immaginarla, e io mi innamoro di lui sempre più intensamente, giorno dopo giorno.
E poi è scoppiato in un pianto dolce: «Non riesco a credere che stia davvero arrivando la sorellina, non vedo l’ora di abbracciarla e darle tanti bacini».
Lui è tutta la mia forza, la mia energia, la mia ricarica quotidiana, e riesce a farmi sentire soddisfatta per quanto ho tenuto duro, per quanto sono stata tenace nel riuscire a ridiventare mamma.
Essere la sua mamma mi ha resa felicissima e guardarlo crescere in questi anni mi ha dato la motivazione perché diventasse un fratello maggiore.
Quando penso alle prossime settimane provo a ricordarmi di non sprecare neanche un singolo attimo, di prestare attenzione a queste emozioni, di soffermarmi sulle cose che mi fanno stare bene e concedermi finalmente di farle.
Sono riuscita finalmente a piantare i gerani sul mio balcone: erano diversi anni che lo desideravo e perdevo miserabilmente contro il passaggio delle stagioni.
Adesso il mio balcone è coloratissimo, profuma intensamente e posso smettere di invidiare quello dei miei vicini. Posso prepararmi a rilassarmi lì, in poltrona, magari mentre lei dorme sul mio petto e lui gioca in cortile a fare il boy scout.
_______________
Scritto dalla redazione di Prendere o lasciare
_______________