I silenzi da ascoltare
Non tutto ciò che cambia una relazione viene detto ad alta voce. A volte è il modo in cui scegliamo di ascoltare a fare la differenza. Una storia sul coraggio di lasciare spazio a ciò che rimane inespresso e sul valore di creare dialogo.
L’ultima cosa che volevo fare era andare da uno psicologo.
Quando mia moglie me lo propose, ero convinto che non sarebbe servito a nulla. Pensavo: cosa potrà mai capire della nostra vita una persona che non ci conosce? In quel momento mi sembrava che non ci fosse più nulla da fare. Ero persino andato via di casa per prendermi una pausa e riflettere. Ci andai più per lei che per convinzione. Era l’ultima spiaggia.
Ricordo ancora quel divano giallo nello studio dello psicologo. Ci disse: “Spero che sia comodo.” Solo dopo capii che non stava parlando del divano. Parlava del fatto che dovevamo sentirci abbastanza al sicuro da raccontare quello che stavamo vivendo.
Davanti a una persona che non prendeva le parti di nessuno iniziai semplicemente a raccontare quello che stavo vivendo. A un certo punto parlai di quei mesi, del ritorno a casa dei miei genitori, del dolore di dover spiegare tutto ai miei figli. La voce si fermò. Senza rendermene conto, mi misi a piangere.
Non era previsto. Non era qualcosa che avevo deciso di fare.
Lo psicologo rimase in silenzio. Mi lasciò semplicemente il tempo di sfogarmi.
In quel momento capii quanto possa essere liberatorio sentirsi ascoltati da qualcuno che non ti giudica.
Ma il cambiamento più grande non avvenne in quella stanza, avvenne dopo.
Durante una delle sedute mia moglie disse una cosa che mi colpì profondamente: si sentiva schiacciata dal mio modo di comunicare. Io ho sempre avuto modi diretti. Quando credo in qualcosa tendo a dirla con convinzione. Pensavo che comunicare significasse essere chiari. Mi sbagliavo. Lei non aveva bisogno di più parole. Aveva bisogno di più comprensione.
È stato allora che ho capito che ascoltare significa lasciare all’altro lo spazio e il tempo per potersi esprimere.
Per anni avevamo affrontato ogni discussione sempre nello stesso modo. E finivamo sempre nello stesso punto.
Poco alla volta abbiamo entrambi cambiato modalità. Dopo ogni incontro ci ritagliavamo del tempo solo per noi: una pizza, una passeggiata nel parco di Ivrea dove ci eravamo conosciuti vent’anni prima. Lontano dalla quotidianità abbiamo ricominciato ad ascoltarci.
Lei ha iniziato a parlare di più. Io ho imparato a fermarmi prima di arrivare alle conclusioni, ad ascoltare davvero.
Mi resi conto che quel modo di comunicare non riguardava solo la mia vita privata.
Lo stesso schema lo stavo portando anche al lavoro. Quando sei un tecnico il risultato dipende soprattutto da te. Quando diventi responsabile, invece, il tuo lavoro passa attraverso le altre persone. È una sfida completamente diversa. La tentazione è quella di aspettarti dagli altri il risultato che avresti ottenuto tu. Poi capisci che non funziona così.
Mi è capitato più d’una volta di arrivare a conclusioni affrettate. Oggi, invece, cerco sempre di ascoltare prima la persona direttamente coinvolta. Ho imparato che bisogna sempre sentire la voce del diretto interessato. Molte volte mi sono accorto che la realtà era diversa da come l’avevo immaginata.
Ogni persona ha bisogno di un approccio diverso. C’è chi ha bisogno di essere incoraggiato, chi rassicurato, chi semplicemente ascoltato.Non puoi guidare tutti nello stesso modo.
Ripenso spesso al mio primo responsabile in DiaSorin. Durante il colloquio mi ascoltò senza fermarsi alla mia poca esperienza e mi diede un’opportunità. Anni dopo mi raccontò quanto fosse rimasto colpito dalla cultura giapponese, dove si ascolta sempre prima di rispondere e non si interrompe mai chi sta parlando.
Quella conversazione mi è rimasta impressa e oggi ne capisco meglio il motivo.
Ancora oggi mi capita di riconoscere quei vecchi meccanismi. A volte ho ancora l’istinto di interrompere chi impiega più tempo ad arrivare al punto. Mi fermo e provo a ricordarmi quella lezione: non basta dire le cose nel modo giusto. Bisogna creare le condizioni perché l’altro riesca a dirle.
Se dovessi riassumere tutto quello che ho imparato in una sola parola, sceglierei…. libertà.
Libertà di esprimersi. Libertà di dire che qualcosa non va. Libertà di parlare senza la paura di essere giudicati.
Perché ho capito una cosa che vale in famiglia, con gli amici e anche in azienda. Le persone, quasi mai, ti dicono apertamente che stanno soffrendo. Prima ti mandano dei segnali, che talvolta sono parole, altre volte gesti ma molto spesso, invece, silenzi.
Proprio quei silenzi che – ho imparato – meritano di essere ascoltati.
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Scritto da Angela Brisci
con la redazione di Segnali di fumo
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Foto di: Marcel Strauss e Nathan Dumlao