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Prove d'orchestra ##aiutare #capire #smontare

Il gioco dei giochi

Dal bambino che smontava tutto, all’uomo che rimette in moto ciò che conta, Giuseppe scopre che la curiosità diventa responsabilità. Nel suo lavoro, ogni gesto serve a motivare e dare slancio ad altri: guidare, aiutare, salvare. E ricordare che anche cinque minuti possono cambiare una vita.

1. Il bambino che smontava il mondo

Tutto è cominciato in Sicilia, ai piedi dell’Etna, quando Giuseppe, bambino, cresceva in un paese dove il vulcano fa tremare la terra e dà di tanto in tanto spettacolo, generando qualcosa di magico. Ma la magia più grande per lui erano i giocattoli: soprattutto quelli che poteva smontare.

In casa ne arrivavano sempre tanti di giochi. Ogni occasione era buona per fare festa. Negli anni ’90 i tipi di giochi andavano da quelli meccanici ai primi giochi elettronici e telecomandati: un paradiso. Il preferito di Giuseppe, quello che ancora oggi porta nel cuore, era un motociclo elettrico con cui correva per casa insieme alla sorella. Basta che chiuda gli occhi e ancora adesso Giuseppe dice di sentirne ancora il rumore delle ruote e di percepire la complicità, le risate.

Ma c’era un problema: Giuseppe smontava tutto. Tutto. 

E spesso non riusciva a rimontare ciò che aveva smontato.

I genitori lo minacciavano: “Basta! Non ti compriamo più niente!”. Ma quel negargli i giochi, anziché fermarlo, gli accendeva ancora di più la curiosità. Anche i litigi con la sorella – quando prendeva i suoi giochi, li smontava e poi non li sapeva ricostruire – finirono per unirli: da quell’amore-odio nacque un rapporto di costante confronto. Un legame forte.

Le feste, la neve che arrivava anche a due metri di altezza, i dolci della nonna – la scacciata era la preferita da Giuseppe – erano lo sfondo caldo di una famiglia molto unita. 

“Sono stato un bambino privilegiato”, dice lui oggi. E questa unione gli ha dato la forza per capire una cosa semplice: nulla si rompe davvero, se a tenere assieme i pezzi è un legame umano. 

Non bisogna perciò avere paura:  per ricostruire qualcosa, prima bisogna aver avuto il coraggio e la curiosità di smontare il mondo e guardarci dentro.

 

2. Costruire il futuro

Lasciare la propria terra, la Sicilia, per studiare altrove di certo non spense lo sguardo curioso di Giuseppe, ma anzi, lo fortificò. 

Si alzava ogni mattina alle cinque e ancora mezzo assonnato prendeva la littorina. 

In inverno, faceva così freddo che mani e naso non si sentivano più. D’altra parte, il desiderio di costruire il proprio futuro scaldava Giuseppe più di qualsiasi stufa a legna o gas.

A volte ad accompagnarlo a scuola era lo zio, sulla sua Fiat Tipo color granata: era un rituale fatto di racconti, ripassi, consigli. 

E piano piano, a Giuseppe pareva di mettere “un mattone al giorno, uno sopra l’altro” – sacrifici, studio, rinunce alle uscite con gli amici.

A scuola Giuseppe ebbe modo di conoscere e studiare la figura di San Giovanni Bosco: si rafforzò la sua fede cristiana, mentre – altrove – si stava rafforzando sempre di più la passione per l’elettronica. Gli insegnanti erano affettuosi e lo incoraggiavano, e lui a sua volta aiutava i compagni in difficoltà. La voglia di capire cosa c’era dentro le cose – la stessa che da piccolo lo portava a smontare i giochi – adesso prendeva via via la forma di un mestiere.

 

3. Solo cinque minuti

Oggi Giuseppe lavora in Diasorin come  System Specialist. Ha cominciato dal basso, facendo esperienza accanto a tecnici “d’altri tempi”: maestri nel lavoro, nella cultura e nelle emozioni. Molti di essi oggi non ci sono più, ma rimangono nel suo cuore come guide. Persone che hanno sacrificato tanto, ma per insegnare tanto.

Oggi il lavoro di Giuseppe è fatto di giornate lunghe, di problemi tecnici complessi e di strumenti che bisogna saper smontare e ricostruire pezzo per pezzo. Eppure la sfida più grande non riguarda la tecnica ma è una sfida umana: le aziende, dice sempre Giuseppe, sono fatte di persone. 

E sono le persone che fanno la differenza.  I risultati veri non salvano le aziende, salvano le persone.

Come quella volta, un sabato, quando ricevette una telefonata urgente dal laboratorio analisi: “Sono la dottoressa Chiarenza. Lo strumento è fermo. Abbiamo un paziente in attesa di espianto e non riusciamo a far partire il macchinario!” La persona di turno non era formata per riparare il macchinario e il campione del pronto soccorso doveva essere processato subito. Giuseppe, al telefono, guidò l’operatore passo dopo passo. 

In cinque minuti il sistema ripartì.

Cinque minuti. Cinque minuti che hanno permesso di effettuare un trapianto in tempo. Cinque minuti che hanno contribuito a salvare una vita.

Fu allora che Giuseppe capì come quei gesti nati da bambino — smontare, osservare, ricostruire — non fossero solo un gioco, ma una forma di responsabilità. Quei gesti erano diventati un modo per motivare sé stesso e per dare slancio agli altri: ai colleghi, ai clienti, alle persone che normalmente si affidano a quei macchinari. Perché la motivazione non nasce da grandi proclami, ma da una scintilla semplice: la curiosità, la passione, la consapevolezza che ogni piccolo gesto può fare la differenza. 

La storia di Giuseppe insegna che nessun passo è sprecato se viene fatto con dedizione, e che il bambino che smontava i giocattoli ha fatto nascere l’uomo capace di rimettere in moto ciò che davvero conta.

 

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Scritto da Giuseppe Di Grazia

con la redazione di Prove d’orchestra

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