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Segnali di fumo #incontri #medici #periferie

Il miracolato

Nella sua giornata torrida tra ambulatori e periferie dure, Salvatore ritrova umanità grazie al Dottor Caruso, capace di intuire le necessità degli altri e anticiparle. In quell’incontro semplice, quasi miracoloso, scopre che basta poco per sentirsi visti.

Era un’estate che sembrava uscita da un film di Scorsese: il caldo appiccicoso, l’aria ferma, la terra secca, bollente. Le cicale, ammutolite dall’afa, saltavano pigre a bordo strada. 

Durante tutto il viaggio in auto, la valigetta marrone se n’era rimasta sdraiata sul sedile del passeggero, saziata la sera prima con “un 3 di tutto”: pillole colorate confezionate singolarmente, cartoncini sciupati con persone sciupate che sorridono, e penne, tante penne, Dio quanto piacciono le penne. Il più grande errore che puoi fare da informatore farmaceutico è dimenticare le penne. 

La prima tappa era un nuovo poliambulatorio, che sapeva di disinfettante e finanziamenti a fondo perduto. Ci lavoravano due medici giovani – smart – che avevano tanto da dimostrare e poco tempo da perdere dietro alle presentazioni dei farmaci, incastrate malamente nella fitta agenda di impegni dei due medici. Peccato. Era pur sempre uno studio con aria condizionata. 

Alle 9 in punto, Salvatore era lì fuori e suonava il campanello lucidato, in attesa del suo quarto d’ora di gloria. E di fresco.

Alla reception una bionda con la divisa stirata gli aveva offerto una caramella alla menta. L’aveva accettata, per rinfrescarsi dentro e fuori.  

Col finire della caramella era finito pure l’incontro, asettico come lo studio. L’aveva lasciato con il dubbio di averli convinti.  Salvatore Era un po’ in difficoltà con questo tipo di clienti, giovani – smart – disillusi e un po’ scettici. Pareva si fidassero più di Dottor Google che della sua arte retorica e del suo fascino affabulatorio da vecchia scuola. Forse è solo che sono giovani in un paese vecchio. 

Per correggere quel leggero malessere, si era fermato in un bar. Un caffè e una granita. 

Poi, un’altra mezz’ora di auto. In radio passavano Battiato. 

Spegnere.

Spenta.

La Dottoressa Rossa sarebbe dovuta andare in pensione già da qualche anno. Rossa, il suo cognome alla nascita, col tempo era diventato anche il suo concept estetico: una statua di cera dai capelli color fuoco e giusto una nota di rossetto che, malauguratamente, spesso le sporcava i denti. Anche lei, come i due medici giovani – smart – non aveva molto tempo di parlare: pareva già nel mindset del venerdì sera, quando, in paese, si scatenava ballando la pizzica con le sue amiche, incurante dopo  sfidando un’artrite all’anca e 4-5-6 panascè. Un profumo di signora che rimaneva abbracciato alla camicia fino a fine giornata. 

Finita anche la presentazione per la Rossa aveva fatto benzina, pulito il parabrezza, telefonato alla moglie, poi alla madre, poi alla suocera. Avrebbe fatto letteralmente di tutto pur di non risalire in macchina per l’ultimo appuntamento della giornata. 

Un giro di chiavi, lento, e con poca voglia era ripartito. 

In macchina aveva regnato il silenzio, interrotto nelle curve solo dal cioccare delle pastiglie nella tasca posteriore della valigetta. 

Poi, giunto a destinazione, aveva spento il motore. 

Era arrivato. Siamo arrivati. Sono arrivato.

Il corpo restio, ancora nascosto nell’auto, il finestrino giù, per rubare un po’ d’aria. Le dita, scivolose, che allentano il nodo un po’ storto della cravatta. Goccioline di sudore imperlano la fronte aggrottata. 

Salvatore, tutto d’un colpo, svuota i polmoni. 

Si guarda indietro, ripercorrendo le scelte di vita che l’hanno condotto in quella situazione. Fin dentro quel luogo. La Zona

La Zona tocca a lui, oggi.  

Nella Zona, tutti ti guardano dentro la macchina, attraversando vetro, metallo, camicia e maglietta della salute, per consegnare, ben chiaro alle tue viscere, il messaggio Chi sei e che cosa vuoi? Qui non sei il benvenuto

Salvatore stringe la mano sul cambio, pronta a inserire la retro, come già aveva pensato di fare almeno tre volte, in quegli ultimi 15 minuti. 

Il lavoro, però, è lavoro

Stringe il nodo della cravatta, guardandosi nello specchietto retrovisore. 

Vado.

Le nocche bianche stringono il manico della valigetta marrone, un passo dopo l’altro. 

Il dlin dlon del campanello. Non aprire, non aprire, non aprire.

Uno scatto metallico, la porta si apre e resta socchiusa.

Gli occhi di Salvatore ruotano verso l’alto: il cielo è azzurro opaco e la luce è oscurata da un monolite di cemento che troneggia sopra di lui, intimandogli di andarsene. Sui muri, scritte sbiadite parlano di amori finiti e simboli di appartenenza. L’architettura sgraziata mostra l’età e i tentativi di riqualificazione, falliti. I balconi si aggrappano alla struttura rassegnati, sostenuti dall’inerzia e chiusi da griglie improvvisate, lamiere. Dai fili intrecciati sgocciolano lenzuola. Il silenzio di questo scorcio verticale di periferia, fatto di porte chiuse e ascensori in riparazione da anni, gela il sangue di Salvatore.

Un respiro profondo, un piede dentro. 

“Da questa parte!”

Le pale di un ventilatore stanco non servono a dare sollievo alla piccola sala d’attesa, in cui stazionano cariatidi con accento palermitano. 

Salvatore si schiarisce la voce: “Ho un appuntamento, posso parlare con il Dottor Caruso?”

“Da questa parte!” ripete la voce proveniente da dietro una porta sgangherata, in fondo al corridoio. Il vetro smerigliato mostra una macchia di persona, che prende forma una volta spalancata la porta.

Un camice bianco che poggia su un corpo tondo. La montatura di un paio d’occhiali, anche quella rotonda, scivola da un naso importante e viene delicatamente riposizionata da dita paffute e curate. 

Un gesto tipico del Dottor Caruso …

La sveglia per lui era suonata alle cinque e cinquantaquattro, da routine. Fissa Aveva fissato per qualche minuto il soffitto a palpebre socchiuse, alleggerito e dal pensiero che la settimana fosse quasi finita. Nel frattempo, l’aroma di caffè sul fuoco, tentatore, aveva già raggiunto le sue narici. Una seconda sveglia.

Uno dei pochi vantaggi di vivere ancora con mia madre.

Voleva bene alla sua vecchia. I suoi fratelli più grandi erano tutti fuggiti altrove, con addosso una certa voglia di scappare da quel dialetto troppo marcato e soprattutto da un futuro incerto. A lui invece non era dispiaciuto rimanere. Aveva trovato il suo spazio e non sentiva la mancanza di ciò che non conosceva. Aveva Lea, cagnetta dalle zampette tremolanti da 12 anni, che non rinunciava a saltargli sul letto per dargli il buongiorno, fremente di coccole e passeggiata, prima che il caldo soffocante asciugasse qualsiasi aspirazione di produttività nelle giornate estive.

Insomma, il Dottor … si collocava in quella categoria di personaggi o persone del tipo stessa storia, stesso posto, stesso bar: dalla fine dell’università aveva continuato a frequentare la stessa gente e “tre Ceres fresche con le patatine” era la sua idea di paradiso. Da sempre, sgranocchiare – ma non in senso morboso – era uno dei tre piaceri immancabili nella sua vita. Gli altri due piaceri, cambiavano di tanto in tanto. Ma era sempre roba inerente al cibo. La corpulenta personalità del Dottor … lo rendeva una persona affidabile, una roccia sempre disponibile e un compagno di bevute ideale. Era un bravo ragazzo, salutava sempre, immaginava avrebbero detto di lui in paese dopo una serena dipartita. 

Appoggiando i piedi sullo scendiletto, ben piazzati per sostenere la sua mole, aveva sorriso a Lea che lo guardava scodinzolando frenetica. 

Mà, prendo dopo il caffè. 

18 minuti dopo era già sotto la doccia. 

Mà, vado. Stasera ricordati che sono con Armando al pub. Ti voglio bene.

Schiocca Aveva schioccato un bacio sulla guancia ed era uscito. Di solito andava in studio a piedi, oggi si era lasciato convincere dall’aria condizionata dell’auto. Gli piaceva arrivare presto, aprire il portoncino con calma, accendere le luci, rassettare con la scopa la sala d’attesa e lo studio. Non importa che la sera prima, dopo la chiusura, fosse arrivata Mariarosa a pulire. Era il suo piccolo rito e si nutriva di azioni ripetitive. Se squilla il telefono io lo ignoro. Lo studio apre alle 9. Gli piaceva fermarsi, nel silenzio, a mettere in ordine le sue carte. Spostare le lancette dell’orologio sopra la porta, sempre scarico, disporre le penne colorate sulla scrivania e infilarsi il camice, che a malincuore iniziava a stargli di nuovo stretto. 

Non ho ancora preso il caffè.

Ne aveva una gran voglia, solo che… era suonato il campanello. L’orologio adesso segnava le otto e quarantadue. 

Abituato all’impazienza della gente e combattuto tra il cedere agli sguardi laconici imploranti dei 3 pazienti già in fila fuori dalla porta o ascoltare il richiamo della macchinetta Nespresso nuova fiammante nascosta in un armadietto, finiva quasi sempre per dar retta ai primi. 

Li conosceva tutti per nome. Erano i genitori, i nonni, i fratelli dei suoi amici d’infanzia. 

La giornata trascorreva tra un Signora si ricordi di bere e l’altro, e il caldo non fermava la processione di anziani sempre troppo soli, e destinati a socializzare in attesa di farsi leggere le analisi del sangue. Lo confortava, sapere che la sua sala d’attesa, per quanto un modesto, è era luogo di condivisione: informazioni sui nipoti che stanno a Milano, i risultati del calcio o dell’ultima estrazione del Superenalotto, e poi anche i Ma a te che pastiglia ti ha dato? E gli O no, io non mi fido di quelli là

A volte, tutti quei dubbi e quei lamenti, finivano addirittura per fargli saltare il pranzo

Poco male. 

“Ah, ma è lei, Signor Salvatore”

Sotto i baffi brizzolati, gli angoli della bocca del dottore si sollevano lentamente, scoprendo un affettuoso sorriso giallo tabacco “Dottò, si accomodi, vuole un caffè?” 

Salvatore riprende consapevolezza del suo peso e stira un sorriso “volentieri, grazie.”

Era uno dei caffè peggiori che avesse mai bevuto, in uno dei posti peggiori in cui era mai capitato. 

“Dottò, qua è come stare a casa sua”, sorride appoggiando una mano pesante sulla spalla “mi segua così parliamo.”

Accasciato in macchina, la cravatta ancora storta, la fronte ancora sudata e il sapore amaro ancora sulla lingua. Infila gli occhiali da sole e guarda le goccioline sul parabrezza. Qualche piano più in alto, un braccio corpulento reggeva un innaffiatoio rosa su un vaso di margherite. Subito sotto, vittime di temporale improvviso, le macchinine disegnate su una tutina da neonato. 

Salvatore sorride.

Accende la radio, stanno passando di nuovo Battiato.

 

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Scritto da Alessandra Grassi

con la redazione di Segnali di fumo

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