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Prendere o lasciare #famiglia #pandemia #scelte

Il sipario del Covid

Dal laboratorio silenzioso al riflettore del Covid, idee scientifiche e continue sperimentazioni hanno preso forma in test concreti e utili.
Tra fatica, panico e piccoli trionfi, emerge il senso di
assumersi la responsabilità quando il lavoro diventa urgente e decisivo

Prima

Quando sono entrata in azienda, eravamo in dieci.

Lavoravo come scientist nel campo della biologia molecolare. Per capirci, ero quella che, tra infinite prove, mille esperimenti e quaderni pieni di appunti, insieme ad altri come me, trasformava, passo dopo passo, fallimento dopo fallimento e piccolo successo dopo piccolo successo, idee scientifiche innovative in test affidabili capaci di identificare malattie… O almeno ci provava. In un’azienda, come Diasorin, leader nel suo settore, in cui però il neonato ambito molecolare era ancora poco considerato: innovativo, certo, ma incapace di generare fatturato. Era la parte che “spendeva senza rendere”: progetti di nicchia, tempo per sperimentare, testare, ripetere – quasi come tornare in accademia.

Eravamo un piccolo dipartimento laterale in un’azienda enorme, abitavamo tranquilli e ai margini di tutto. Nessuno ci guardava davvero…anche se lavoravamo come matti… e non tutti in azienda sapevano chi fossimo.

Facevamo ricerca senza riflettori puntati addosso. Lavoravamo insieme, costruendo senza saperlo le fondamenta di una squadra: fiducia silenziosa, collaborazione naturale, presenza costante. Era un mondo nostro, piccolo e protetto, come un’isola dentro l’azienda. Il lavoro era intenso, ma la mente ne usciva ogni giorno leggera, tra esperimenti che si intrecciavano a idee, tentativi che si susseguivano come onde. 

 All’epoca non avevo figli. Non avevo confini. Il lavoro riempiva le giornate senza chiedere nulla in cambio; non mi pesava restare fino a tardi in laboratorio o partire all’ultimo momento per una trasferta. Era semplicemente il modo in cui funzionavo.  Era parte di me.

Il nostro lavoro era importante, e noi, più degli altri, questo già lo sapevamo. Avevamo la sensazione di poter fare davvero qualcosa di impattante sul mondo. Ma, all’epoca, il nostro lavoro in laboratorio non veniva considerato come meritava. E forse in pochi si aspettavano che meritasse così tanto quanto noi credevamo. Forse è proprio per questo che noi lavoravamo con addosso un’incosapevolezza che a ripensarla oggi mi sembra quasi irreale.

Malgrado le basse aspettative sul mio dipartimento, col tempo, però, ci siamo comunque lentamente ingranditi. Abbiamo imparato, affinato competenze, guadagnato visibilità, attirato attenzione e interesse. Ogni giorno ci sentivamo più presenti, più radicati… 

Eppure il vero cambiamento – quello capace di trasformare davvero tutto, di riportarci sulla terra, dopo tanti viaggi nelle nostre idee e sperimentazioni  – non c’era ancora stato. Ma stava per arrivare…

 

Durante 

Il Covid è arrivato e ha acceso le luci su di noi. Tutte insieme. Senza gradualità.

All’improvviso il mondo si è accorto di noi. Si è accorto che il nostro lavoro non era marginale: era centrale, necessario, urgente. Il molecolare è passato da nicchia a priorità assoluta. Il nostro piccolo dipartimento è finito sotto i riflettori dell’azienda e del mondo. Ho avuto la sensazione come di essere stata spinta sul palco senza prove generali, con addosso uno sguardo che non avevo mai cercato.

Nel giro di pochi mesi ho avuto la netta sensazione di vivere in un’altra azienda. Il Covid ha tolto ogni filtro. Ha reso evidente quanto il nostro lavoro fosse necessario. E quando un lavoro diventa necessario, smette di essere solo un lavoro: diventa una responsabilità morale, oltre che professionale.

Il nostro lavoro era sotto osservazione. 

Quando ti rendi conto di essere visibile, inizi a controllarti di più, a pretendere di più da te stessa, a caricarti anche del peso di ciò che non ti appartiene. Esci dal comfort senza accorgertene. Ti esponi.

Il mio compagno forse ha capito solo allora il perché  ho sempre dato così importanza al mio lavoro. Durante il lockdown, mentre lui restava a casa con nostro figlio, io ero immersa in qualcosa che non poteva fermarsi. E lui, per la prima volta ha visto che non era questione di carriera o ambizione. Per la prima volta ha capito il senso di quello che facevo.

Questa rivelazione è stata gratificante ma a bilanciare le gioie ci pensava una prova durissima. Per lui, per me, per la nostra famiglia, che proprio a causa del Covid stava vivendo un duro colpo. Accettare la sfida ha avuto un costo: fatica, mediazioni continue, sensi di colpa.

Ricordo una sera a tavola in cui il mio compagno mi raccontava della sua interminabile giornata, io guardavo il piatto senza davvero vederlo. Le parole arrivavano come eco lontana, mentre dentro di me giravano esperimenti, dati e decisioni urgenti. Era come se fossimo separati da un muro invisibile

Anche al lavoro, la pressione era altissima. Continua. Silenziosa. Non serviva che qualcuno la dicesse ad alta voce: la sentivamo tutti. Mentre il mondo si fermava, tutta la Ricerca e Sviluppo accelerava. Non ero solo io a lavorare per il Covid: era un intero dipartimento che si muoveva come un organismo unico, e con lui l’intera azienda.

Lavoravamo 24 ore su 24, continuamente in contatto tra noi colleghi italiani e statunitensi. . Le giornate non finivano mai. Lavoravamo  anche nelle ore in cui altri dormivano, e quando loro si svegliavano noi eravamo ancora lì, chiusi in laboratorio. L’R&D – il mio dipartimento di Ricerca e Sviluppo – era diventata una seconda famiglia: non quella chiusa a casa in lockdown, ma quella che continuava a incontrarsi ogni giorno, a condividere decisioni, tensioni, silenzi, ma anche momenti di sana e divertente follia e felicità per piccoli risultati raggiunti. Persone che insieme riuscivano a reggere qualcosa in grado di sopraffare qualsiasi persona sola.  Ricordo una di quelle domeniche mattina: bastava che uno di noi portasse delle brioche per fare colazione insieme in ufficio e darci la carica prima di correre a manetta in laboratorio. Ore di preparazione, concentrazione massima… e il principale importantissimo test di quella giornata fallisce. Silenzio, mani nei capelli, sguardi che si cercano. Poi scopriamo lo sbaglio e corriamo ai ripari, e nell’euforia esplodono risate isteriche, canti stonati e balli improvvisati: eravamo come in Don’t Stop Me Now dei Queen, inarrestabili e trionfanti, come se avessimo scalato una montagna.

Pochi potevano capire davvero cosa accadesse in laboratorio: la quantità di esperimenti, i materiali mancanti, i fornitori in ritardo, le scadenze impossibili. Alcuni colleghi avevano paura: paura di ammalarsi, paura di portare il virus a casa. Io no: ero  motivata dall’importanza di quello che stavamo facendo, completamente dentro, determinata. Sapevo che il risultato dipendeva da ognuno di noi.

Ricordo il tragitto per andare al lavoro. Guidavo su un’autostrada che conoscevo fin troppo bene, e che normalmente mi vedeva bloccata nel traffico per oltre un’ora e mezza.  Ora invece era deserta, vuota. Uno spettacolo quasi apocalittico. Di fronte a me, alla guida, si stendeva un nastro d’asfalto libero, irreale, mentre tutto il resto era fermo.

Ogni giorno era reggere il ritmo, assorbire la paura e continuare a spingere senza fermarsi. E, non per eroismo, ma per senso del dovere, per responsabilità, per quella convinzione profonda che, quando il tuo lavoro serve davvero, non puoi permetterti di sottrarti.

E poi è arrivato finalmente il momento del lancio del nostro test rapido molecolare. Vedere i risultati concretizzati, i test validati, i pazienti raggiunti: un successo enorme, un sollievo incredibile, una gioia condivisa che sentivamo fin dentro le ossa. 

Ricordo il mio compagno che, indicando la TV a nostro figlio, diceva: “Guarda, quella è la mamma che lavora… ha fatto una cosa importante”, mentre io, con le lacrime della stanchezza che ridevano di gioia, sentivo un’emozione indescrivibile. Non era il riconoscimento, non era il premio formale: era la certezza che il nostro piccolo mondo, nato ai margini, aveva contato davvero, facendo la differenza.

 

Dopo

Quando la pandemia è finita,nulla però è tornato com’era prima. 

L’azienda è rimasta grande e strategica. Il molecolare è rimasto sotto i riflettori. Io sono diventata technical manager. Le responsabilità non si sono ritirate con l’emergenza: si sono strutturate, normalizzate, rese permanenti.

Nel frattempo è arrivata una seconda figlia, immensamente cercata, voluta, amata. Ho cambiato sede, mi sono avvicinata a casa. Accompagnare i miei figli a scuola è diventato un gesto semplice ma rivoluzionario.

Eppure mi è rimasta addosso quell’energia. Continuo inconsciamente a non staccare mai del tutto la spina ….. So che l’azienda non è mia. So che il progetto non dipende solo da me. Eppure, se qualcosa non va, talvolta dentro di me sento che è come fosse solo responsabilità mia.

Finire sotto i riflettori non è stata una scelta. È successo. E quando succede, puoi solo decidere come starci dentro.

Io ci sto con il mio senso del dovere, con il mio senso di colpa. Non lavoro per il riconoscimento formale, ma per la stima verso me stessa e per quella verso le persone con cui lavoro. Per quella sensazione rara e faticosa di sapere che quello che faccio serve davvero.

Il Covid mi ha insegnato questo: che ci sono momenti in cui non puoi sottrarti. E che la responsabilità, quando arriva, non chiede il permesso. Ti afferra, ti cambia. E poi, resta.

Il Covid è passato, ma i riflettori sono rimasti accesi. E una volta che le luci si accendono, spegnerle non è più solo una scelta personale.

 

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Scritto da Angela Brisci

con la redazione di Prendere o lasciare

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