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Editoriali

La gentilezza ritrovata

Nell’orto della nonna, all’ombra di nespoli e susini, un mobile giace abbandonato, segnato dal tempo e indifferente alle erbacce che crescono sulle pareti.
È stata la madia di famiglia, metaforico custode di sentimenti antichi distribuiti alla rinfusa nei vari cassetti: gentilezza, ottimismo, gratitudine, generosità, dignità, compassione, solidarietà, rispetto, pazienza, coraggio, impegno, affidabilità.

Ogni madia aveva una collocazione ben definita all’interno della casa, a simboleggiarne la centralità e a favorire la pratica quotidiana di quei sentimenti, da tramandare secondo pura e autentica tradizione. Un tacito e naturale patto generazionale era la base per il trasferimento di questo patrimonio alla discendenza, a garanzia di valori come armonia, senso di appartenenza e mutuo riconoscimento, mettendo contemporaneamente in guardia da istinti primari, come violenza, istinto di sopraffazione, sete di vendetta.
Con il boom economico, una selva di elettrodomestici ha spodestato la madia, occupando il suo e altri spazi della casa, aprendo la strada all’affermazione di valori alternativi, basati su consumi di massa, edonismo, competizione.

Messo in crisi dalla sua stessa esplosività, quel boom sta finalmente provocando un’ondata di ritorno. Innumerevoli segnali, non ultimo il diffuso disagio sociale, suggeriscono come sia il momento di recuperare e restaurare la madia. E non un astratto filantropismo, ma, come spesso accade in società evolute, un approccio scientifico pone basi biologiche per quell’attitudine umana che, nel corso dei secoli e a dispetto di guerre e spirito di sopraffazione, ha portato faticosamente avanti i valori un tempo custoditi nella madia. La scienza oggi avanza l’ipotesi che questi valori, rigenerati, possano far bene non solo all’anima e alla società in toto, ma anche allo stato di salute del corpo. Essere gentili, coltivare valori improntati sulla solidarietà e il rispetto dell’altro favorisce benessere e, verosimilmente e in ultimo, longevità.

Questo concetto, elevato a principio filosofico e pratica quotidiana da autori contemporanei come Daniel Lumera, acquisisce spessore valoriale se inserito in un contesto storico, in rapporto a visioni alternative della natura umana, per esempio quelle di Thomas Hobbes e John Locke.

Daniel Lumera, autore noto per i suoi scritti sulla pratica della meditazione e sull’educazione alla gentilezza, ricalca orme rousseauiane, reminiscenti di un Uomo che nasce buono e pacifico, per essere corrotto dalla società e dalle sue istituzioni. Ben oltre la semplice etichetta, per Lumera la gentilezza è una vera e propria disciplina, una “scienza della felicità”. È scelta attiva, consapevole e quotidiana, che nasce dalla compassione, dall’ascolto e dal rispetto profondo per sé stessi e per gli altri. In un incontro tra scienza e coscienza dai contorni necessariamente di difficile dimostrazione formale, nasce l’idea della “biologia della gentilezza e dei valori”, che sostiene come un cambiamento in termini di consapevolezza del proprio mondo interiore possa influire sulla qualità delle relazioni sociali, come atteso, e, addirittura, su aspetti epigenetici correlati al DNA in grado di incidere su qualità e quantità dei suo prodotti alla base della vita, le proteine. Secondo la visione lumeriana, la biologia dei valori indirizzerebbe l’evoluzione in modo che non sia “il più forte” sul piano fisico, mentale ed economico, ma “il più gentile” ad essere maggiormente adatto alla sopravvivenza. Soprattutto agli albori dell’affermazione della specie umana sul pianeta, la capacità di interazione e collaborazione efficace ha costituito un elemento fondamentale per la prevalenza di un gruppo su un altro più disgregato al suo interno.

Al contrario, la visione filosofica di Hobbes propende per uno stato di natura guidato da egoismo, paura e minaccia reciproca. La gentilezza autentica non può esistere in un mondo dove “l’uomo è un lupo per l’altro uomo”. L’ordine e il rispetto reciproco possono essere prescritti solo da un’autorità assoluta e coercitiva: lo Stato, che limita la libertà individuale in favore della sicurezza collettiva. In quest’ottica, qualsiasi atto benevolo nasconderebbe un mero interesse personale o una sottomissione al potere.

John Locke propone una visione più temperata ed equilibrata: gli uomini sono creature razionali, dotate di diritti naturali e vincolate dalla legge di natura, che impone il rispetto reciproco. Il filosofo inglese pertanto, ha fiducia nella capacità umana di cooperare. La gentilezza, o meglio l’ideale del gentleman educato alla ragione e alla moderazione, diventa così un pilastro della vita civile.

Provando a sintetizzare, la società contemporanea sembra barcamenarsi tra queste concezioni di convivenza dai risvolti antitetici. L’accelerazione digitale e l’individualismo esasperato hanno creato un ambiente più vicino alla visione hobbesiana: relazioni liquide, anonimato e spirito di competizione che non di rado sfociano in indifferenza o degenerano in aggressività. In questo scenario, la gentilezza “autentica” di Lumera appare come una proposta quasi rivoluzionaria, un’inversione di tendenza ineludibile, se non addirittura necessaria. Gentilezza che dovrebbe essere la base relazionale a qualunque livello si possa manifestare, promuovendo interazioni di reciproco rispetto, utili per il singolo soggetto e per l’intera società.

La gentilezza è contagiosa, come ho sperimentato su me stesso, quando ho consapevolmente e faticosamente ripreso a rieducarla sia nella vita personale che in quella lavorativa. Esercizio difficile e spesso non riuscito, soprattutto nel mondo del lavoro, dove le relazioni sono impregnate di cultura della performance e della rapidità di interazione.

Essere gentili, tuttavia, rimane il modo migliore e, soprattutto, più efficiente per entrare in relazione con gli altri e per comunicare. È una sorta di forza silenziosa necessaria per risolvere problemi e realizzare obiettivi grazie a un delicato equilibrio di squadra. Giorno dopo giorno, il mio principale sforzo lavorativo consiste nel portare in azienda la parte migliore di me stesso, con l’obiettivo di vivere, e far vivere ai miei collaboratori, il rapporto lavorativo in modo sereno. La gentilezza è un atto positivo in sé, che ci fa bene indipendentemente dall’identità delle persone alle quali la dedichiamo. Si può manifestare in una parola gentile, un tono di voce più calmo, in un sorriso che accoglie, in un grazie sincero, nell’ascoltare e concedere tempo anche quando si è presi da troppi impegni. Sono proprio questi semplici gesti invisibili e silenziosi a tenere insieme un gruppo di lavoro affiatato.

In azienda, la gentilezza può dunque rientrare tra i requisiti necessari per definire la competenza relazionale. All’interno dei laboratori che dirigo sto investendo molto tempo per fare in modo che i collaboratori riflettano sul saper essere, per promuovere cultura e comportamenti basati su valori condivisi, per dare sostanza al “potere trasformativo” della gentilezza. Concretamente, abbiamo condiviso la sperimentazione di un modello di una autovalutazione di dirigenti e di sanitari basato sull’attitudine a esprimere gentilezza. In un contesto di miglioramento continuo, abbiamo immaginato una gentilezza che nasca innanzitutto da caratteristiche e qualità personali, come la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità, l’empatia, la creatività e l’autoregolamentazione emotiva. Le emozioni possono trasmettersi orizzontalmente tra le persone come per contagio. L’essere contenti e coltivare ottimismo sul posto di lavoro si propagano all’interno del team in una sorta di fenomeno collettivo che influenza positivamente e reciprocamente le persone.

Se immagino e credo in un posto di lavoro dove regnano gentilezza, rispetto, generosità, ottimismo, perdono, gratitudine, ascolto, supporto reciproco, equità, è necessario che i comportamenti personali siano adeguati e in linea con questi valori definiti. Tutto questo deve tradursi in un modo nuovo di attraversare il lavoro e la vita. La capacità di sviluppare relazioni felici e appaganti tra colleghi, ma più in generale tra esseri umani, diventa un’abilità personale e sociale di fondamentale importanza per la sostenibilità lavorativa e il benessere della comunità. In definitiva, una scelta di salute.

 

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Dott. Adriano Anesi

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Trentino di origine, formazione universitaria a Pavia, ha chiuso il cerchio tornando a lavorare nell’ospedale dove è nato.

Direttore della Unità Operativa Multizonale Laboratorio di Patologia Clinica di Trento, dal mese di agosto del 2020.

Biochimico clinico e Microbiologo in Lombardia, in precedenza.

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