La tecnologia migliore sa scomparire
Spesso, nel tragitto verso la sala operatoria, può succedere che lo sguardo di qualcuno, senza nessuna malizia ma anzi in modo naturale, cada lì, su quella tecnologia stupefacente che mi permette di lavorare in posizione eretta.
È comprensibile: una carrozzina elettronica verticalizzabile, adattata alle esigenze della sala operatoria, attira l’attenzione e diventa per un’attimo la protagonista indiscussa della scena.
Col tempo, però, ho capito che è ancora più affascinante quello che accade dopo, quando un dispositivo così eccezionale scompare e si integra nel lavoro. Si fa presto dimenticare. E così ho iniziato a pensare anch’io quello che molti designer dicono da tempo e cioè che la tecnologia migliore – forse – non è quella che continua a richiamare l’attenzione su di sé ma quella che si integra così profondamente nella nostra vita da consentirci di concentrarci su tutto il resto che realmente conta. Nel mio caso: il paziente, il gesto chirurgico e la responsabilità di ogni decisione da prendere.
È una riflessione che nasce dalla mia esperienza, ma riguarda tutti noi e il nostro tempo. Viviamo in un’epoca nella quale ogni innovazione viene presentata come una rivoluzione. Intelligenza artificiale, robotica, chirurgia assistita, protesi e dispositivi intelligenti aprono possibilità che fino a pochi anni fa parevano impensabili. Esserne affascinati è più che giusto, direi quasi ovvio: la tecnologia è una delle forze attraverso le quali l’essere umano evolve, affronta i propri limiti e trova soluzioni nuove ai problemi (antichi o futuri). Allo stesso tempo, però, sarebbe importante ricordarci sempre che il valore profondo della tecnologia è quello di potenziare l’essere umano, non di sostituirlo. Le tecnologie più riuscite non cancellano la persona: la sostengono, ne ampliano la libertà e, qualche volta, le restituiscono possibilità che sembravano definitivamente perdute.
Chi ha sperimentato, testato (magari in prima persona) oggetti tecnologici, lo sa: all’inizio ogni tecnologia richiede attenzione. Bisogna osservarla, studiarla, imparare a usarla e adattarla. Richiede tempo, competenze e pazienza. Il risultato verso cui tende una tecnologia ben integrata è permettere alla persona di non dover concentrare continuamente l’attenzione sul dispositivo e di tornare a dedicarsi al proprio lavoro e alla propria vita. Non si mette al centro: diventa un’estensione naturale delle possibilità della persona.
Credo che questa consapevolezza nasca direttamente dalla mia storia personale.
L’11 ottobre 2011, sulla via per il lavoro, rimasi vittima di un grave incidente stradale.
Mi ero specializzato da poco in Ortopedia e Traumatologia e avevo iniziato a lavorare all’ospedale San Giovanni Bosco di Torino. L’incidente provocò una lesione midollare e una paraplegia. Mi ritrovai improvvisamente dall’altra parte del letto: paziente e non più soltanto un medico.
In una situazione del genere si può restare imprigionati nella domanda sul perché sia accaduto. Per me, però, divenne più utile concentrarmi su cosa fosse possibile fare da quel momento in avanti. È stato un modo concreto di affrontare la nuova condizione, non una posizione eroica. Forse è proprio il modo in cui mi sono formato. La formazione medica abitua a partire da un problema concreto e a cercare una soluzione praticabile. Non potevo modificare ciò che era accaduto, ma potevo cercare il modo di costruire una nuova quotidianità e di capire se fosse possibile continuare a esercitare la professione per la quale avevo studiato.
Il punto successivo, poi, era ancora un po’ più ambizioso. Non volevo soltanto tornare a operare ma volevo trovare il modo di poterlo fare garantendo ai pazienti la stessa qualità, la stessa precisione e la stessa sicurezza che avevo garantito sempre prima dell’incidente.
È qui, in questo passaggio, che la tecnologia è entrata nella mia vita in modo decisivo. Non è mai stata pensata come una scorciatoia e nemmeno come un elemento spettacolare, ma come parte sostanziale della soluzione.
Una carrozzina elettronica verticalizzabile è stata adattata alle esigenze specifiche della sala operatoria: la posizione di lavoro, la sterilità del campo chirurgico, l’autonomia nei movimenti e la possibilità di azionare i comandi senza interferire con il gesto delle mani.
La mia esperienza con la carrozzina ha mostrato che una tecnologia può diventare molto più di un dispositivo. Quando entra in relazione con il corpo, quando asseconda e non limita le competenze e quando si integra con la vita quotidiana, può contribuire al fatto che una persona anche dopo difficoltà e dopo eventi traumatici riesca comunque a mantenere la propria identità professionale e individuale. Cerco di dirla in modo ancora più semplice: credo che una buona tecnologia non sia quella che trasforma una persona in qualcun altro ma quella che le permette di continuare a esprimere ciò che è. Solo, in condizioni nuove.
Nel mio caso la tecnologia non ha creato una capacità che non possedevo: mi ha consentito di continuare a esercitare, in condizioni nuove, competenze costruite negli anni. E, più in generale, ha contribuito a non lasciare che la mia identità fosse ridotta alla condizione fisica prodotta dall’incidente.
Anche il nuoto paralimpico è stato fondamentale. Ha permesso alla dimensione sportiva, da sempre importante nella mia vita, di trovare una forma nuova.
Dopo l’incidente mi sono avvicinato all’attività agonistica, gareggiando nei 100 metri rana SB5. Mi sono tolto qualche sfizio vincendo qualche medaglia agli Europei di Funchal del 2016 e di Dublino del 2018 e sfiorando il colpaccio alle Paralimpiadi di Rio nel 2016, chiudendo al quarto posto con il record italiano di categoria. Ma mi ritengo fortunato, per arrivare su quei palcoscenici gli sforzi, le delusioni e le incertezze sono stati tanti, anche se quando ottieni quello che vuoi sembrano magicamente svanire o quantomeno assumere un altro peso.
Lo sport viene spesso raccontato attraverso parole come “sfida” e “rivincita”. Sono d’accordo, anche se nella mia esperienza hanno significato molto anche “metodo”, “allenamento”, “disciplina”, e “misura” nel senso della capacità di misurare con precisione ciò che il corpo può fare. In questo medicina e sport si assomigliano: trovati gli strumenti, la tecnica e la preparazione, c’è poi però bisogno che tutti questi si integrino in un gesto. Un gesto che, con il tempo, deve diventare naturale. Anche nello sport gli strumenti sono fondamentali ma non hanno un potere autonomo.
Una delle domande decisive, credo, è come progetteremo in modo sempre più efficace strumenti e innovazioni tecnologiche capaci di aumentare la libertà delle persone: tecnologie che valorizzino ancora di più le competenze, che aiutino i medici a fare sempre meglio diagnosi, cure, operazioni, e che consentano ai pazienti di recuperare autonomia e rendano accessibili professioni e spazi oggi ancora preclusi a chi vive una condizione di disabilità.
Spero che la mia esperienza mostri che barriere considerate definitive in alcuni casi possono essere ripensate. Negli anni la carrozzina verticalizzabile mi ha consentito di eseguire un numero molto elevato di interventi chirurgici; ho avuto la fortuna di superare quota mille ma ho smesso di contarli, se non per esigenze di aggiornamento curriculum.
Questo perché per me il risultato più importante, più del numero, è la qualità con cui ho potuto tornare a professare il mio lavoro.
Il risultato verso cui tende una tecnologia ben integrata è permettere al professionista di concentrare nuovamente tutta la propria attenzione sul paziente, non sul dispositivo.
È qui che riconosco il senso più profondo del progresso: non costruire tecnologie sempre più protagoniste, ma tecnologie capaci di restituire la possibilità di sognare nuovi obiettivi (o anche solo una nuova “normalità”) a chi per un incidente, il destino o anche solo banalmente per sfiga quella capacità temeva di averla persa per sempre.
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Marco Dolfin
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Nato a Torino nel 1981, è medico chirurgo, specialista in Ortopedia e Traumatologia, e atleta paralimpico.
Dopo un incidente stradale che gli ha provocato una paraplegia, opera grazie all’utilizzo di ausili tecnologici adattati alle esigenze della sala operatoria.
Come nuotatore paralimpico ha stabilito il record italiano nei 100 rana SB5 ai Giochi Paralimpici di Rio 2016. Nella stessa specialità ha conquistato il bronzo agli Europei di Funchal 2016 e l’argento agli Europei di Dublino 2018.
La sua storia è raccontata nel libro Iron Mark – Le corsie di Marco Dolfin: chirurgo e nuotatore, scritto dal fratello Alberto Dolfin.
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Crediti fotografici
Immagine in alto: dettaglio da foto by Francesco Alessandro Armilotta
Immagine laterale: dettaglio da foto by Marco Gilli
Immagine in Home: dettaglio da foto by Mauro Ajetto
Si ringraziano i fotografi per il contributo