Le oscillazioni
Tra un padre che interroga un figlio, un figlio che ritrova il padre, e un manager che ascolta davvero, Mattia impara che crescere significa creare dialogo: aprire spazi, leggere i segnali, lasciare che ogni parola costruisca un ponte fra due mondi.
OGGI. Il padre
“Ettore, ti piace il calcio?”
Non l’ha mai visto volenteroso negli allenamenti, nel gioco, e neppure tanto concentrato nell’interpretare la partita.
“Sì pà”.
La risposta non lo convince: Ettore è un bambino orgoglioso, e in lui l’orgoglio spesso vince sulla verità. Forse è meglio provare un approccio più indiretto, si dice, l’approccio del venditore, cravatta rossa o cravatta blu nella versione infanzia.
“Ti va se facciamo il gioco del “ti piace di più”…?”
“….”
“Ti piace di più il calcio o quando andiamo a sciare?”
“Sciare in Trentino.”
“Ti piace di più il calcio o quando andiamo a fare le camminate per i monti nelle Alpi Apuane con mamma e Agata?”
“Camminare e raccogliere i sassi, quanto mi piacciono i sassi strani che però non mi fai mai portare a casa.”
Calcio zero, il resto due. Bene, è un risultato, si dice Mattia, non proprio quello che si aspettava, ma comunque un punto di partenza. Magari Ettore potrebbe seguire le sue orme, il modello paterno, con buona pace di Recalcati e di quegli psicologi che teorizzano il declino della figura paterna. D’altronde non è tanto strano se avesse preso dal padre un po’ di passione per gli sport da combattimento, anche solo per osmosi, con tutte le volte che Mattia gli ha raccontato dei sui incontri di kick boxing.
E quanto orgoglio, in effetti, quando poi l’ha visto indossare il suo karategi bianco in cotone Bushido per praticare karate. Orgoglio perché ha visto Ettore felice, appassionato, al punto da partecipare alle gare di Kata, mettendoci tecnica e concentrazione senza che, a motivarlo, fosse l’avere di fronte un avversario.
IERI. Il figlio
Lancia la lenza nell’acqua dagli scogli di Bocca di Magra.
“Ah, che giornata perfetta per pescare. Mi piace venire qui, mi ricorda le giornate che passavamo insieme quando eri piccolo.”
Mattia gli sorride, in queste ore è tornato sempre più figlio insieme a suo padre.
“Sì, è davvero rilassante. Chissà se ci portiamo a casa qualche orata.”
Un silenzio, un sospiro e poi Mattia torna a parlare.
“Sai, papà, sono un po’ preoccupato per la ricerca del lavoro. Vorrei trovare qualcosa vicino a casa… qualcosa per stare vicino a te.”
Il padre si sente preso alla sprovvista, ma non vuole che la voce lo tradisca.
“Matti, non lasciare che la mia situazione ti impedisca di cercare opportunità dove davvero vuoi. La mia salute… è solo un limite temporaneo. La tua soddisfazione nel lavoro, invece, durerà a lungo.”
Mattia lo sbircia da sotto il desert cap a tesa larga che proprio suo padre gli aveva regalato anni fa. Non vuole incrociare i suoi occhi, non si fida della sua emozione: “È difficile, papà. Non voglio starti lontano. Ma allo stesso tempo, lo so che trovare il lavoro giusto è importante per il mio futuro.”
Con la precisione di chi quel gesto l’ha impresso nella memoria del corpo, il padre muove la canna verso l’alto simulando il movimento del gambero. “Ricorda quello che ti ho sempre detto, però: affrontare gli ostacoli è parte della nostra vita. La ricerca del lavoro è una sfida, ma è anche un’opportunità per crescere e trovare la tua strada. Non arrenderti solo perché sembra difficile, Matti. Io ti conosco. Noi siamo uguali in questo, non siamo capaci di pescare in un piccolo stagno.”
Purtroppo il lavoro non era arrivato subito. Ma a nessuno dei due in quei giorni dispiacque. Per Mattia l’importante era aver reso suo padre contento – e fiero – anche solo per aver iniziato la ricerca.
Poi, alla fine quel lavoro è arrivato, anche se fuori tempo massimo. È arrivato qualche giorno dopo l’ultima rassicurazione al padre – dopo averlo rassicurato per l’ultima volta che le sue parole avrebbero continuato a camminare nelle sue scelte.
Papà era un uomo libero e franco – direbbe Mattia – mi ha trattato tutta la vita come un adulto e quando mi ha lasciato, mi ha lasciato sereno che fossi davvero diventato tale.
OGGI. Il manager
L’ufficio è silenzioso, illuminato da una luce naturale che filtra attraverso le veneziane semiaperte. È tardo pomeriggio, l’ora in cui il brusio dell’open space si affievolisce e i pensieri diventano più densi. Mattia ha convocato una collega, quella che sarà la sua nuova FSE – field system expert – per un confronto importante, dare e ricevere un feedback da lei dopo averle assegnato questo nuovo ruolo.
Sulla scrivania ordinata ci sono solo un laptop chiuso, una tazza di caffè ormai freddo e un taccuino aperto con qualche appunto scarabocchiato. E oltre la scrivania c’è la sedia ergonomica su cui siede Mattia, leggermente inclinato in avanti, i gomiti appoggiati sui braccioli e le mani intrecciate.
“Sai, volevo prendermi un momento per parlare di come siamo arrivati a questa decisione. È importante per me che tu capisca quanto valore vediamo nei tuoi punti di forza.”
“Certo, sono tutta orecchi.”
Lo sguardo di Mattia è diretto ma non invadente, cerca il contatto visivo per trasmettere sincerità. La voce è calma, misurata, con pause che lasciano spazio per riflettere e rispondere.
“Abbiamo notato che hai una straordinaria capacità di risolvere i problemi dei clienti. Ricordo quella volta in cui hai gestito la situazione complicata con il procedimento di gara di Mantova. Hai davvero fatto la differenza. E allora ci siamo detti: creiamo un ambiente in cui Marta possa sfruttare al massimo queste abilità.”
Marta è seduta al di là della scrivania, con la schiena dritta ma non rigida. Tiene le mani sulle ginocchia – le sente sudate – è presente e coinvolta ma anche un po’ tesa, anche se sa di avere la fiducia di Mattia. Sa che prende sempre sul serio le sue parole e le sue considerazioni.
“Mi fa piacere sapere che il mio lavoro è apprezzato. A volte, stando tanto sul campo, non ho sempre chiara la percezione che l’azienda ha di me. Però nel nuovo ruolo mi sento davvero a mio agio. Più tranquilla, anche. Mi piacerebbe ricevere una formazione adeguata.”
Mattia si appoggia allo schienale, come a voler creare più spazio per accogliere la richiesta.
“Sono contento di sentirtelo dire. La fiducia è fondamentale in questo processo. Volevo assicurarmi che tu fossi consapevole che siamo qui per supportarti e ascoltarti. Ho già parlato con le Risorse Umane per la tua formazione.”
Dopo le parole di Mattia, anche Marta si appoggia allo schienale, lentamente, come chi ha appena deposto un peso invisibile. Le spalle si rilassano, le mani smettono di sudare, lo sguardo si fa più ampio, come ad abbracciare l’intero orizzonte della conversazione. Non è un gesto di resa, ma di centratura. Un momento di pausa che non interrompe, ma prepara.
Nel silenzio che precede le parole, sembra raccogliere i pensieri con cura, come si fa con qualcosa di prezioso. Poi, con voce ferma ma serena, dice:
“Voglio avere tutti gli strumenti giusti e una visione completa. Penso che questo cambiamento di ruolo… abbia davvero migliorato la mia capacità di creare… relazioni significative con i clienti.”
Mattia si raddrizza con calma, ora lo spazio tra loro è sufficiente. E mentre parla accompagna le parole con piccoli movimenti delle mani, misurati ma sinceri, come se stesse disegnando nell’aria i legami invisibili che tengono unita la squadra.
“Continueremo a dialogare e sostenerci. Parlare fa bene. È un po’ come mandarsi segnali di fumo, no? Anche i segnali più piccoli contano, sono quei messaggi silenziosi che ci tengono uniti, come in una tribù dove ogni passo avanti di uno è un passo avanti per tutti. Insieme, ci aiutiamo a diventare migliori.”
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Scritto da Ginevra Molteni
con la redazione di Segnali di fumo
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