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Prendere o lasciare #ambizione #aspettative #soddisfazione

Missione soddisfazione

Tra pacchi da casa e le aspettative per una laurea, la protagonista capisce che crescere significa assumersi responsabilità: ascoltare il proprio bene, non solo quello degli altri. L’incontro con un giovane ex-avvocato accende la domanda decisiva: ho il coraggio di volere davvero ciò che voglio?

Un pulmino carico di cibo e parenti dalla Puglia diretto a Torino: era ancora il periodo del Covid. Ma pure il giorno della mia laurea.

È stata una sorpresa. Sapevo che genitori e zii non sarebbero mancati, ma i nonni – affacciati ai finestrini a sfoggiare sorrisi, loro no, proprio non me li aspettavo. Un viaggio così lungo, e soprattutto in un momento decisamente ostile come quello… non avrei mai potuto immaginarlo. E invece, anche loro  erano lì, davanti ai miei occhi. Ero felicissima e incredula.

I nonni – come tutti i miei parenti, del resto – sono sempre stati i miei più grandi fan: mi hanno sempre sostenuta con tutto il loro amore e hanno riposto in me tutta la loro fiducia, oltre alle incalcolabili risorse alimentari. E pure economiche. Puntuali, ogni anno, nel periodo dell’Immacolata arrivavano, inviati da giù, pacchi pesantissimi: verdure raccolte dal nonno, focacce, taralli alle olive, dolcetti natalizi e vasetti di altezze diverse con l’etichetta “Sugo di Peperoni :)”, che mamma e nonna preparavano con tanta dedizione.  C’era sempre anche il tonno in scatola — chissà perché questa convinzione che il tonno in scatola buono si trovi solo nei supermercati di giù…

Al cospetto dei “pacchi da giù”, il rituale era sempre quello: dovevo rimuovere con cautela un contenitore alla volta, disporre tutto sul tavolo e scavare con la mano fino a trovare il bigliettino di incoraggiamento, una sorta di tesoro nascosto sul fondo. 

Quell’anno – l’anno in cui mi sarei laureata – il biglietto diceva: “I nonni ti pensano sempre e fanno il tifo per te, il grande giorno è quasi arrivato”. Tra tutti i desideri proiettati su di me, quello dei nonni era il più forte, quello che sentivo maggiormente. “Cavolo”, pensavo, “sono la prima a laurearmi in tutta la mia famiglia: ho esaudito un loro grande sogno”. Sono “la nipote laureata”.

La mattina della mia laurea, tutte le persone che mi avevano sempre sostenuta erano lì.
I miei, per l’occasione, avevano affittato un appartamento vicino all’università per ospitare proprio tutti. Il Covid continuava a colpire, per cui il giorno della laurea solo una persona tra i miei cari avrebbe avuto il permesso di entrare in aula e seguire l’esposizione della tesi e la tanto attesa proclamazione. 

Così, il piano della mia famiglia era questo: a mio fratello sarebbe toccato il compito di inviato. Il loro “agente all’Avana”. A lui il compito fondamentale di entrare con me in aula magna per riprendere in videochiamata la discussione e la proclamazione, mentre nel salotto dell’appartamento in affitto, un maxi schermo allestito ad hoc avrebbe permesso a tutti di vedere “lo spettacolo” in diretta. Un piano impeccabile.

Prima del grande momento ero passata a salutarli tutti, i miei parenti. La vedevo, la preoccupazione gioiosa nei loro occhi. Erano vestiti a festa e ricordo che lo zio aveva comprato anche le stelle filanti.

Durante la mia discussione di tesi, mentre mio fratello filmava me, a qualche centinaio di metri dall’università, dentro l’appartamento in affitto uno smartphone — precario, un po’ in bilico sul mobile del salotto — filmava il mio fan club, così che anche io potessi poi rivedere e rivivere la loro gioia in  quel momento. Un’idea di papà.

Sul maxi schermo del salotto, compare l’immagine tremolante di un’aula universitaria gremita. Sul divano, tra tazzine di caffè e applausi pronti a partire, la famiglia trattiene il fiato fino a quando  il mio nome risuona dagli altoparlanti… e in un attimo, il piccolo salotto esplode di gioia.

Io quel video — fatto un po’ storto, da cellulare — l’ho rivisto e lo rivedrei altre centinaia di volte solo per imprimere addosso, ancora una volta di più, l’emozione scaturita da quella scena buffa, fatta di stelle filanti e urla da stadio, dopo la proclamazione. È stato magico vedere quell’energia dedicata a un mio traguardo. Li guardo e li riguardo, e ogni volta torno sinceramente felice. 

Felice, felice, felice. Tanto che spesso mi chiedo se questa felicità è dovuta più all’amore gigante che stavo ricevendo ancora una volta dal mio team del cuore? O anche per quella pergamena color avorio, ben sistemata nella sua custodia blu scuro, con “Dottoressa” accanto al mio nome?

E se tutto il supporto e tutte le aspettative, talvolta mi avessero fatto perdere di vista l’obiettivo? Per “obiettivo” non intendo solo la laurea, ma, più in generale, perseguire ciò che realmente mi fa stare bene. Quello che davvero mi rende felice.

E se talvolta succedesse ancora, questa cosa di mettere le aspettative degli altri e il loro bene di fronte alle mie di aspettative, di fronte al mio di bene?

Io so che tutte le scelte prese sono state mie. Ho deciso io di tuffarmi in quel percorso, senza l’influenza di nessuno. Ma se, in cuor mio, nel profondo, avessi continuato fino alla fine soprattutto spinta dal voler vedere gli occhi lucidi sul volto dei miei genitori e dei miei nonni… più che per vedere i miei, di occhi, lucidi?

Sono una persona che si interroga molto e una, credo, che non ha paura di mettersi in discussione. E così, quello che, ciclicamente, ogni tanto torno a chiedermi — e quindi anche oggi — è: sono dove voglio essere? E ogni tanto penso anche: chissà come sarebbe mollare tutto e dedicarmi completamente ad altro. 

Una svolta improvvisa, tipo ON–OFF.

Durante il mio ultimo viaggio ho conosciuto un ragazzo. Era stato un avvocato di successo, sicuro  fin da molto giovane che quella fosse la carriera giusta, l’unica per tutta la sua vita. Sempre ben vestito, profumo di legno, vaniglia e tabacco, capelli corti e lucidi di gel, barba rasata ogni mattina. Una vita fatta di orari precisi, di pasti e sonno che arrivano all’ora giusta in cui devono arrivare.

Poi, qualche anno prima che ci conoscessimo, la crisi e la svolta. Aveva lasciato tutto ed era andato a vivere in un paesino asiatico circondato da una natura impetuosa e da monaci che si muovevano lenti. Si era reinventato affittacamere: affitta stanze aiutato dalla sua nuova compagna. 

Mentre mi raccontava la sua vita, glielo leggevo negli occhi: era sereno, felice e innamorato, come si fosse liberato finalmente del peso esercitato dalle scelte di quel ragazzino sicuro di aver capito tutto su di sé e sulla vita. Quel ragazzino che l’aveva reso un avvocato per così tanti anni.

Ricordo l’ultimo saluto, scambiato con lui. Il bar era semi vuoto, il pomeriggio era trascorso lento tra il via vai di bicchieri di vetro e la musica in sottofondo. “Sai”, dice lui, girando la cannuccia nel bicchiere vuoto, dove prima c’era un frullato al mango, “a volte la cosa più difficile non è capire cosa vogliamo, ma concederci di volerlo davvero. Non perdere troppo tempo. Ascoltati. Fai le tue scelte, perché sei tu l’unica responsabile della tua felicità. Ascoltarci è un atto di coraggio”

Poi si era alzato, mi ha dato un piccolo abbraccio e se n’era andato.

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Scritto da Giulia Palma

con la redazione di Prendere o Lasciare

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