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Prove d'orchestra #amicizia #costruire #sfide

Rosso Renault

Tra le estati leggere da bagnino e il crollo di un sogno tradito, Vincenzo impara che vivere davvero significa rispettare e prendersi cura: degli altri, dei segnali che arrivano, e soprattutto di sé. Da quella ferita nasce la forza che oggi gli permette di ricostruire con gratitudine

“Quanto è difficile capire qual è stato il periodo più bello del mio passato!”, dice Vincenzo all’inizio della nostra chiacchierata. Poi, vedo il suo sguardo fermarsi su un punto sconosciuto del muro bianco della stanza, punteggiato qua e là da armadi di un azzurro vivo. Vincenzo resta per una manciata di secondi con lo sguardo fermo lì, assorto. Finchè poi gli occhi cominciano a sorridergli. 

Il suo sorriso fanciullesco anticipa la risposta:

– Ma certo! Ce l’ho! È stato quando da ragazzo facevo le stagioni nei villaggi!

Vincenzo aveva 16 anni quando, per la prima volta, iniziò a lavorare come bagnino in piscina, a  Grado. Quell’anno gli avrebbe donato così tanto, facendogli provare sentimenti di leggerezza e spensieratezza tali da spingerlo a continuare quel lavoro – il bagnino – per altri sei anni. Da bagnino in piscina a Grado, Vincenzo arrivò poi a conquistare anche le spiagge di Lignano Sabbiadoro.

I suoi occhi continuano a sorridere mentre sembrano proiettare scene colorate sul muro bianco. Quasi le vedo anch’io. Vincenzo ne afferra una, in alto, sul lato sinistro della parete: i protagonisti sono Adriano e Gianluca, due colleghi, due amici e mentori con cui Vincenzo condivide la stagione. 

La loro quotidianità, tra maggio e fine settembre, la vivono nello stesso villaggio. Tutte le giornate – o quasi – si svolgono all’interno, dove inevitabilmente si creano legami solidi perché, in fondo, sono legami tra veri e propri coinquilini. Vincenzo, Adriano e Gianluca lavorano e intanto osservano la gente che arriva, si diverte e poi va via.

Vincenzo ora passa a un’altra scena, il suo sguardo la proietta proprio lì, sul muro di fronte a noi. 

La ferma e la ingrandisce. Zoom su Stefano: ragazzo alto, palestrato, con occhi azzurri. Bello – ma bello in quel modo che non fa antipatia. Bello che diventa simpatico, piacevole. Stefano è di Trieste, come Vincenzo.

– Che culo! – ha pensato – Posso rivederlo anche dopo la stagione!

Stefano voleva solo imparare il mestiere ma insieme a Vincenzo ha imparato anche due o tre modi  diversi per divertirsi.

Un giorno, verso il tramonto, i due convincono Gianni, il custode del villaggio – sempre in giro sulla sua Golf Car elettrica – a lasciare libero l’accesso alla piscina, di notte. Ci riescono,  corrompendolo con del vino. Così, per una sera la piscina rimane tutta illuminata solo per la loro felicità, mentre nessuno può disturbare quella preziosa spensieratezza cucita su misura.

– Hai presente la Renault 4 rossa? L’auto? Hai presente dietro, che è un po’ più alta? – dice ridendo Vincenzo.

– Sì, certo, è bellissima, ho capito qual è – gli rispondo.

Lui continua a ridere. Quell’anno gliel’avevano data in prestito, inizialmente per poco tempo. 

Fatto sta che alla fine, Vincenzo se l’era tenuta per tutta la stagione. Lui, Stefano e altri sei ragazzi ci salivano a bordo tutti insieme, e il peso che gravava sull’auto la faceva abbassare così tanto che il paraurti toccava terra. Ricorda ancora il “Criiii” che si sentiva a ogni curva provocato da quel povero paraurti grattato sull’asfalto. 

Vincenzo ride. Continua a ridere di gusto, come fa di solito lui, che ha sempre un sorriso pronto da sfoderare in ogni momento. Questa volta però, un po’ di più.

– Che felicità… – dice. 

– Qual è invece il momento della tua vita che cancelleresti, se avessi a disposizione una gomma magica? – gli chiedo.

In una frazione di secondo le pareti non sono più bianche né rosso-Renault 4 e il blu felice dei mobili sembra di colpo prendere il colore di un mare in burrasca, che litiga col cielo.

– Il 2014… questo è facile.

Nel 2014 Vincenzo aveva trentatre anni e non smetto di pensare che forse quella linea sulla fronte che all’inizio della conversazione non aveva e che ora si rivela dev’essergli spuntata in volto proprio quell’anno. Il suo proiettore interiore adesso punta il tavolo su cui poggia i gomiti, quasi a cercare di scaricarci sopra qualcosa di pesante.

Il 14 dicembre del 2014 Vincenzo scopre che il suo socio in affari – quello su cui aveva fatto affidamento per dodici anni – gli ha voltato le spalle. Più grande di lui – ma non altrettanto responsabile – è scappato in Slovenia, o forse in Croazia, con i suoi soldi e la sua fiducia.

– Sì, in Croazia – conferma.

Sono dei ragazzi a comunicarglielo. Lui non se lo sarebbe mai aspettato. 

Insieme – Vincenzo e il socio – avevano aperto il “Circus”, il famoso bar di Trieste in cui entrambi avevano investito tempo prezioso, energie e soldi. Vincenzo prima ci aveva lavorato da dipendente, poi era diventato socio. Si erano entrambi fatti strada. Vincenzo, forse, in più, aveva un impeto e una passione che, riversata totalmente nel progetto, aveva generato anche idee piuttosto originali, se non geniali. Basti pensare che il Circus – il vero e autentico Circus, mica quello di adesso – era stato tra i primi a Trieste ad ampliare l’offerta dell’aperitivo, servendo polpette, paninetti caldi farciti e pizzette insieme allo Spritz.

– Eravamo i primi e venivano tutti da noi – ricorda con nostalgia.

Vincenzo aveva tante idee nuove, ma nel tempo i due soci si erano resi conto di viaggiare a velocità diverse. Nel frattempo, poi, stavano nascendo altri bar in città – la cosiddetta “concorrenza” – ed erano in molti a prendere spunto dalla loro formula.

– È così che va… però sono stati anni in cui abbiamo spinto. Abbiamo spinto proprio tanto, sì! –

Lo sguardo di Vincenzo a questo punto si distende un po’: dopotutto, quello è stato un passo importante della sua vita. Lo ha temprato, gli ha fatto scoprire idee e risorse che non pensava di avere.

Poi, però, tempo un attimo, ed ecco che gli torna in viso quella linea.

– Avrei dovuto dare ascolto a quell’uomo… c’erano dei segnali che non ho colto. Potevo arrivarci prima, magari.

Prima di firmare tutti i documenti per diventare socio, un uomo gli aveva chiesto se fosse davvero convinto di voler intraprendere quella strada, forse per metterlo in guardia ma senza interferire troppo con l’entusiasmo del ragazzo che aveva di fronte e che stava realizzando un’impresa così grande.

Quel ragazzo, oggi, avrebbe voluto ascoltarlo. Forse, avrebbe dovuto.

Eppure oggi Vincenzo mi pare anche – più o meno consapevolmente – felice. 

Sa che quel periodo di buchi nello stomaco, docce gelate, andirivieni di avvocati e lettere (ma non d’amore) gli ha lasciato un solco permanente. 

Attorno a quell’incisione scolpita in volto, però, Vincenzo è stato anche capace di costruire le mura della sua nuova vita. Quella che dura ancora, quella di adesso; le ha dipinte dei suoi colori preferiti, ha accolto persone per lui preziose e ha guadagnato qualche consapevolezza in più e un pugno di paure in meno.

– Io comunque sono tanto orgoglioso! – sorride di nuovo Vincenzo, e la sua fronte ora, finalmente, è distesa.

 

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Scritto da Giulia Palma

con la redazione di Prove d’orchestra

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