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E se da oggi #famiglia #scelte #viaggio

Rotolando verso nord

Dai viaggi del padre alla fuga mancata in Brasile, fino all’amore che cambia rotta, Leandro impara a pensare con la propria testa: scegliere non ciò che aveva immaginato, ma ciò che dà senso, famiglia e futuro, costruendo “il suo Brasile” dove la vita lo chiama davvero

Nella vita ci sono eventi che entrano a far parte del tuo DNA e non vanno più via, restano come cicatrici e ti cambiano, sono tatuaggi che non ti faranno più dimenticare quello che è accaduto. Sono ciò che ti fa prendere coscienza, nel giro di un attimo, del valore di una vita. Sono ciò che ti spinge a voler vivere ogni attimo al massimo.

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Mi chiamo Leandro, sono figlio di un ufficiale della Marina Militare, e forse sarà per questo che il viaggio ha sempre fatto parte di me. Fin da bambino, quando con mamma e mio fratello ci trasferivamo spesso al seguito di mio padre, di luogo in luogo, là dove lo portavano le sue missioni. Eravamo costretti, ogni volta, a riadattarci, a ricominciare sempre come fosse il primo viaggio. 

Sì, di viaggi ne ho fatti parecchi in quegli anni di formazione. Eppure, il viaggio che più ha segnato il corso della mia vita, che per primo mi ha messo sulla strada verso chi sono oggi, non è tra quelli. 
È un altro viaggio ancora, che ho deciso di intraprendere per me stesso, anni dopo. Un’esperienza folgorante.

Da ragazzo, mentre studiavo, ho lavorato per diversi anni in un ristorante di amici, con l’intenzione di mettere da parte qualche soldino. Così, compiuti diciotto anni, ho deciso di spenderli come? In viaggi, ovviamente. 
Era novembre 2003 e noi eravamo in sette. Io ero il più piccolo, e gli altri erano per me come tanti fratelli maggiori. Abbiamo affittato un pulmino e ci siamo avventurati in Brasile per 1 mese, da Recife fino ad arrivare a Fortaleza passando per villaggi rurali e paesini di pescatori. 

È stato allora che ho cominciato a riconoscere i suoni del portoghese, i suoi accenti, e timidamente ho cominciato a pronunciarne qualche parola. 
È stata un’avventura che mi ha dato anche da pensare, su di me, su di noi come esseri umani: vedere gente tanto povera eppure così apparentemente felice… 

Dovessi dirle tutte, le tante cose che ho visto, non ce la farei. Però, se adesso provo e mi metto qui a ricordare, la prima cosa che evoco e che mi resta addosso è una sensazione. La sensazione che si sia trattato soprattutto di un viaggio introspettivo, in cui tutte le incredibili cose viste fuori da me, in realtà mi son servite a guardarmi meglio dentro, a capire qualcosa in più su di me, a immaginare dove forse sarebbe stato giusto andare nella vita. E la risposta, in quel momento era una sola: lì, in Brasile. Una volta ripartito, non mi lasciava questa voglia, dentro, di tornare, di trasferirmi in Brasile a vita, una volta completati i miei studi…. 
Certo, in quel periodo le voglie, come le idee, andavano e venivano, e non sempre erano chiare – lo confesso. Ma quella idea, più delle altre, era costante, e forte. Ero sicuro che sarei tornato là. 

C’è voluto un po’, per arrivare pronto a quel ritorno in Brasile. 
Nel frattempo gli studi proseguivano. Stavo per concludere il corso di laurea magistrale in biotecnologie mediche quando ecco che mi trovo a partecipare a un evento di medicina nucleare tenuto da un professore olandese. Riuscire a veder grazie ad  una sola molecola tutto ciò che accade metabolicamente dentro un organismo intero, e poi poter evidenziare le eventuali patologie, lesioni, infiammazioni- cioè capire cosa sia in atto, lì in quell organo o tessuto grazie ad una minuscola molecola… è un’esperienza incredibile, che mi ha affascinato all’istante. Al punto che, terminato l’evento, ho cercato subito di prendere contatti con questo professore e – quasi stalkerizzandolo, lo ammetto – alla fine sono riuscito a chiedergli un incontro valutativo. Volevo che mi prendesse in esame per un Dottorato di ricerca presso l’università di Groningen. Ebbene, tanta intraprendenza e tanta smania devono aver dato i loro frutti, perché… ce l’ho fatta. Mi hanno preso. 

Il primo anno a Groningen è stato durissimo. Il mio progetto di Dottorato non decollava. E questo perché il professore, quello che avevo stalkerizzato e che avrebbe dovuto seguirmi, nel frattempo si era trasferito altrove. Come fossi stato sedotto e poi abbandonato, non mi era rimasto che farmi forza da solo: in un anno ho letto quasi 1000 articoli, orientandomi da me e intanto mantenendomi con qualche lavoretto. Per esempio, riparavo biciclette – lì, con la bicicletta si fa tutto, perfino piccoli traslochi. Ogni tanto, poi, facevo anche il PR per conto di alcuni pub, per racimolare qualcosa in più. Le mattina dopo il lavoro, erano traumatiche. Dovevo alzarmi presto per essere in laboratorio, ai meeting o a lezione, e c’erano giorni in cui la stanchezza era tale che pensavo di soffrire di narcolessia… il banco spesso era il mio cuscino

Nel frattempo, il mio sogno se ne stava ancora lì, per nulla cambiato o peggio, scomparso. Anche se stavo prendendo un dottorato in Olanda, continuavo a ripetermi in testa che lo stavo facendo per portare presto in Brasile tutto ciò che stavo assimilando, quel know-how sull’evoluzione delle malattie. Una volta messo piede in Brasile, sarei andato a lavorare in qualche università privata dove pagavano bene. Non sarei partito all’arrembaggio, avevo già preso contatti tramite colleghi di settore. Sarei tornato a Rio De Janeiro o a Sao Paulo. 
Un biglietto di sola andata e una vita tutta da scrivere. 

Ma qualche volta, a nostra insaputa, la vita si scrive da sola. E, nel mio caso, si stava scrivendo a mia insaputa proprio in quel momento. Mentre io fantasticavo di fughe e di viaggi senza ritorno, stava per fare la sua comparsa nella mia vita il nome di una persona – la sorella di una collega di Dottorato, a sua volta compagna del mio migliore amico. 

Era venuta a Groningen per fare visita alla sorella e così ci siamo trovati a passare qualche meraviglioso giorno insieme. Tra noi c’era simpatia. Sono sempre stato sensibile al fascino femminile, non lo nego di certo, ma con lei non è andata come con le altre, prima. 
Le ho fatto conoscere, con un certo orgoglio, i luoghi che avevo scelto per costruirmi un futuro lavorativo, e poi abbiamo passeggiato senza meta, parlando quasi senza sosta, tantissimo. Di noi, delle nostre rispettive esperienze, di quello che eravamo. 

Non sono bravo a raccontare scene di innamoramento, ma innamorarci era proprio quel che stava capitando. 
I giorni insieme sono volati via, lasciandomi addosso il senso di essere stato tanto bene da desiderarne ancora. Dopo la sua partenza, io, pur non avendola davanti, la rivedevo ancora – tornavo sui nostri passi fatti assieme, e ora rivedevo lei in posti che prima erano solo miei, e vederla mi riempiva il cuore e mi strappava un tenero sorriso che saliva alle labbra spontaneamente…

“Leandro!” mi chiama il portiere all’ingresso dove transito ogni giorno prima di  arrivare alla mia stanzetta, nel laboratorio di ricerca dove sto ancora perfezionando la tesi di dottorato prima di volare in Brasile.
“Tieni, questa mattina sono arrivati questi per te!” 
“Grazie!” rispondo io, e prendendoli con un po’ d’imbarazzo proseguo di fretta. 

Fortunatamente gli altri colleghi non erano ancora arrivati, così c’era il tempo di metabolizzare il regalo: fiori. Sì, fiori. Per me?! 
Fiori colorati, un mazzo dove il giallo si scontra con il viola e poi riverbera nel rosso e nel rosa, un’esplosione di colori che accecano gli occhi e permeano il naso, regalando un tocco di vivacità alla mia stanza grigia. E tra i fiori, persino un biglietto. Mi tremavano le mani. Non riuscivo ad aprirlo perché il cuore batteva così forte da farmi perdere la stabilità…

Alla fine mi faccio coraggio e leggo queste tre semplici parole:

Per te!
Isabella. 

Ed è lì che mi rendo conto che questa è la prima volta in cui mi sento voluto, cercato.

Era la prima volta che, nella mia mente, una persona diventava qualcuno per cui vale la pena avvicinarsi davvero, immaginarsi famiglia, qualcuno per cui vale la pena addirittura riallacciare i rapporti con la propria famiglia d’origine, in Italia.
Quello che mi stava scoppiando dentro era un sentimento complesso, in cui si scontravano la realizzazione che inseguivo e l’idea che adesso avevo di me, uomo innamorato. C’era ancora il Leandro che si prepara al Brasile ma anche  il Leandro a cui recapitano fiori; c’era quello vulcanico, imprevedibile ed egoista e però, ora, anche quello che accarezza un futuro di benessere, fatto di tranquilla, stabilità e devozione a un’altra persona che vale tutto l’amore del mondo. 

Il biglietto di Isabella si stagliava sulla scrivania, che avevo già sgombrato quasi del tutto in vista della partenza. E intanto, alle calcagna della voglia di Brasile, a poco a poco, metro dopo metro, ecco che si andava a sovrapporre un’altra, nuova voglia: quella di tornare in Italia e restare a vivere lì. Anche perché Isabella non poteva trasferirsi all’estero, deve far crescere suo figlio Raul nella sicurezza, non poteva fare un salto nel buio .. non poteva seguire così di punto in bianco il sogno di Leandro..aveva doveri verso il proprio figlio essendo da sola, “mae solteira” come si dice in Brasile…  ..  e quindi la scelta di Leandro era difficile ed  importante al tempo stesso..un bivio grande quanto una voragine… scegliere per se stessi egoisticamente, scegliere di raziocinio.. o scegliere con il cuore, con una scelta di crescita..e di sfida impegnativa.. perché alla fine ti ritrovi in un attimo già con una famiglia…. Valore importante… dove ti assumi responsabilità e non puoi più sognare come un tempo… .. . e dopo notti insonni… destinazione Italia, e da li a poco…poi… poi c’era l’arrivo di una nuova vita nella mia, di vita – qualcosa di tanto forte che promette ti travolgerti ma anche di completarti. Qualcosa che è riuscita a tramutarsi presto nel sogno dei sogni, per me. 

 Flavio. Si chiama così mio figlio. 

Col tempo ho capito che il valore della famiglia, apparentemente nascosto, in realtà è stato dentro di me da sempre, scritto in profondità, forse, ma vivo. È grazie a Isabella se è tornato in superfice, tramutandosi in ciò che, oggi, mi dà forza in tutto quello che faccio.

Mentre il progetto del Brasile e di vivere all’estero si allontanava… e non nego che ogni tanto ancora mi capitava di voltarmi indietro coi ricordi per rivivere quei momenti giovanili e la loro libertà … ora però, invece, quando guardavo avanti vedevo una strada tutta nuova da percorrere, e da tracciare. E questo, questa nuova progettualità, si rivelava forte tanto quanto la nostalgia. 

Perciò, che cosa ho fatto dopo? Ho maturato l’idea di costruirmelo io, il mio personalissimo Brasile, qui in Italia. 
All’inizio ho cercato di conoscere realtà internazionali, che credevo potessero aiutarmi a sentirmi sempre realizzato come professionista e come uomo, proponendomi sfide di ampio respiro e gruppi di lavoro stimolanti. E qualche volta tutto questo è successo. Altre, invece, no. 
E alla fine, mi sentivo quotidianamente afflitto dalla sensazione di essere solo un numero, povero di calore umano, e della consapevolezza di creare qualcosa. 

Ed è a questo punto, però, che ancora una volta è cominciato un nuovo viaggio, ancora diverso dagli altri. In un periodo nero, ho trovato la grande famiglia dove mi trovo oggi – una famiglia italiana, ma che opera in un contesto internazionale. Che unisce Italia e mondo, il calore di casa, e l’ebbrezza del viaggio.

Più di tante parole, mi torna alla mente un’immagine, che riesco ancora a evocare ogni volta che tocco il biglietto di un evento passato.

In questa immagine ci sono io che sto parlando in tre lingue diverse con tre persone provenienti da altrettante parti del mondo. Le nostre parole sono vive ma non frettolose, le nostre voci sono calme, rilassate. Non siamo in un freddo ufficio, ma in un agriturismo – l’agriturismo Greppi – circondati da risaie e non da grattacieli. Eppure, io, in questa immagine sento che lì dentro c’è il mondo intero. Il mondo che mi piace, che mi interessa e mi fa felice. 
In questa immagine, ritrovo tutto quello su cui ho investito: la possibilità di viaggiare di continuo verso i clienti, e di portare conoscenze in giro come se andassi a trovare degli amici ai quali ho voglia di raccontare l’importanza di quello che faccio. Persone con cui confrontarmi e risolvere problemi con cui realizzare insieme qualcosa per sentirmi sempre vivo e parte di un processo in continua crescita… 

Il biglietto di quell’evento l’ho tenuto tra gli oggetti che mi ricordano i momenti più belli ed emozionanti. Mi ricorda ogni giorno il mio Brasile italiano.
Certo, non è stato facile all’inizio. Ma non chi comincia ma quel che persevera
Qualcuno di saggio ha detto così. E io ci credo.

 

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Scritto da Sara Niccoli

con la redazione di E se da oggi

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