logo
logo
tipo Leggi
Prove d'orchestra #crescitapersonale #Imprevisti #Leadership

La vita trova strade migliori

Un fallimento professionale può diventare una scuola di umiltà: la perfezione non basta, servono contesto, confronto e libertà di sbagliare. Creare un ambiente aperto e inclusivo vuol dire lasciare agli altri lo spazio per sperimentare, mescolare idee e trovare strade migliori.

É un’altra giornata uggiosa di metà novembre che volge al termine.
Il tea time è stato superato da un pezzo e ora le persone camminano freneticamente, chiuse nei loro trench, probabilmente dirette a casa.
Io invece sono immobile: osservo le luci specchiarsi nel Tamigi e il fiato caldo uscire dalla mia bocca, disegnando buffe immagini nell’aria. Sulla mia destra la sagoma dorata del Big Ben scandisce il ritmo dei miei pensieri. Alto, imponente, sembra quasi osservarmi.
“Dove ho sbagliato?” continuo a ripetermi.
La riunione in ufficio è terminata da due ore e ancora risuona in me la voce del manager che si chiede come io possa aver commesso quell’errore di valutazione che ci ha fatto perdere un cliente così importante. Stringo tra le mani la mia borsa in ecopelle marrone, segnata dal tempo come un po’ lo sono anch’io, e mi dirigo verso la metropolitana.
Accanto a me un uomo distinto allunga il passo: sembra voler raggiungere la stazione di Westminster senza bagnarsi troppo, ora che la pioggia cade decisamente più incessante.
Entriamo in stazione e per un attimo le nostre vite si incrociano.
Regge con la mano destra una borsa di colore blu scuro con al centro il logo di un’azienda, una di quelle borse porta notebook che lascia facilmente intendere essere custode di appunti e documenti aziendali. Con la sinistra, invece, tiene accanto all’orecchio un cellulare.
Parla in italiano e il tono è decisamente confidenziale. Pur non volendo ascoltare la conversazione, siamo ormai talmente vicini che non posso farne a meno. Credo stia parlando con la figlia per organizzare il prossimo viaggio in Europa. Appare essere il classico momento in cui l’uomo d’affari getta la maschera del professionista serio ed impeccabile, per sciogliersi alle richieste di chi ha di più prezioso, lei.
Arriva il treno. Le porte si aprono. Il vagone è stranamente poco affollato e due posti liberi ci consentono di sederci l’uno accanto all’altro. L’uomo ha interrotto la sua telefonata – “…ciao amore… sì meglio… ti richiamo” – probabilmente costretto dalla scarsa linea, qui in metropolitana. Ritira il cellulare nella tasca interna del suo spolverino inumidito dalla pioggia e per un attimo i nostri sguardi si incrociano.

Mi rivolgo a lui con tono gentile: “Ogni tanto sentir parlare in italiano mi fa sentire un po’ a casa”.
Sorrido, sorride, ed è poi lui a continuare il discorso “Capisco. Certo, Londra è bella. Una delle città che più amo al mondo. Ho imparato a conoscerla viaggio dopo viaggio, prima per lavoro, poi per scelta. È così eterogenea che non può non affascinare. Eleganza, eccentricità. Londa… non è quasi più una città, ma un “modo di stare al mondo”. E poi, quanti ricordi d’infanzia! Dalle serie televisive che mi hanno accompagnato da ragazzo, ambientate qui, tra queste strade. Alla musica! Metà delle mie playlist sono di canzoni inglesi. Va beh, comunque, piacere, Giancarlo! E tu?”
“Dino. Sono qui anche io per lavoro.”
“Tutto bene?”
Altre volte avrei aggirato la questione ma questa volta sono sincero. “È stata una giornata abbastanza complicata. Errori, errori, errori”, dico un po’ demoralizzato.
Giancarlo sorride. “Ci sono momenti nella vita in cui credi di aver capito come funziona il mondo. Non è arroganza, credo. Maturi esperienza, e l’esperienza sembra confermare, anno dopo anno, le convinzioni che ti sei costruito. Uno si ripete: se lavoro bene, se mi impegno più degli altri, se metto qualità in tutto, ma proprio tutto, ciò che faccio… beh, vuoi che prima o poi i risultati non arrivino? O no?!”
Le parole non servono, basta il mio volto a confermare.

“Nella nostra testa sembrava quasi una legge naturale: l’impegno produce risultati, la competenza viene premiata, la dedizione trova sempre il suo riconoscimento. Poi però arriva la vita e… beh.. ti dice ecco, in realtà non è così semplice, ragazzo. Però… non so come la pensi tu ma… io posso dirti che, paradossalmente, sono momenti belli anche questi. Queste docce fredde. Anzi, credo che il momento che mi ha insegnato di più sia stato proprio uno di questi. Uno di quei bei fallimenti.”

Vedo i suoi occhi vagare per un attimo e li vedo evocare quel ricordo che le parole, non procedendo oltre e prendendosi un respiro, per il momento tengono in sospeso.
Dal discorso di Giancarlo capisco già due cose: la prima è che avverto della saggezza sincera, in lui, quella dell’uomo che ne ha viste tante, ma anche che (forse) tante ne vuole ancora vedere.
La seconda impressione è che malgrado questo incontro sia nato per caso è come se entrambi stessimo da tempo aspettandoci: un mentore improvvisato, che aspetta uno sconosciuto a cui confidare in libertà le proprie riflessioni sulla vita; un discepolo in un momento di confusione, in attesa di uno sconosciuto a cui rivelare il proprio caos.

“E tu di cosa ti occupi, Giancarlo?”
Al che vedo una luce di orgoglio e fierezza disegnati sul volto “Sono un dirigente. In un’azienda chimica che produce test diagnostici.”
“E ami il tuo lavoro?”
“Da morire”
“Da morire?”
“Da morire”
“Ah”

E io, amo il mio lavoro? Lo amo ancora?

Giancarlo deve aver notato il mio breve rannuvolarmi.
“Ok, è un lavoro che amo, ma non credere che non mi abbia dato casini. Anni fa ho fatto un errore che per un attimo, quasi, ho rovinato la mia carriera.”

Il treno ha già superato la mia fermata, ma Giancarlo continua il suo discorso, minimamente infastidito dallo stridore dei freni, e io – rapito – mi sono dimenticato di scendere. E a quel punto, poco mi importa dove scenderò. Tornerò semplicemente indietro, ma con una storia nuova – quella storia – in tasca.

“Lavoravamo a una gara d’appalto, di quelle importanti, una di quelle occasioni che possono… no?! Hai capito?”
“Fare curriculum.”
“Di più. Far salire il livello. E io avevo investito tutto: tempo, energie, relazioni. Avevo costruito, con una pazienza… certosina, una rete di fiducia. Visitando i laboratori, ascoltando le esigenze delle persone, convincendole che la soluzione che proponevo fosse davvero la migliore.
Per mesi avevo lavorato convinto di costruire qualcosa di solido e ogni piccolo risultato sembrava confermare che stavo andando bene. La direzione era quella giusta.
Bene. Arriva l’esito della gara. E a quel punto io – ti giuro – sono certo che sia buono.
E invece abbiamo perso. E sai perché? Non perché il nostro progetto fosse peggiore o perché i clienti fossero insoddisfatti. Perché un altro concorrente ha abbassato il prezzo più di noi.
Una rabbia… cieca! Ricordo ancora il senso di vuoto. Non c’era giustizia.
Mesi di lavoro potessero cancellati da una scelta al ribasso.
E la rabbia mi è durata per mesi. Ho persino pensato di mollare, e che il sistema fosse sbagliato.
Poi, come sempre, con gli anni capisci. Capisci anche le ragioni degli altri. E che il sistema non è sbagliato ma è la tua prospettiva a essere a volte un po’… stretta. No? Tipo: io-io-io.
Ma non funziona tutto: io-io-io.”

Fissandolo con gli occhi di un ragazzo che ruba dal suo mentore ogni cosa, movenze e gesti compresi, chiedo “Quindi capirò il vero senso del fallimento di oggi fra qualche anno?”

E Giancarlo, che ora mi sembra di conoscere da sempre, risponde senza esitazione “E io che ne so?” e poi sorride, ma senza scherno. Un sorriso pacato e luminoso.
“Io posso parlarti di me. E di come dopo quell’esperienza – vuoi o non vuoi – ho dovuto rimettere in discussione il mio modo di pensare.”
“E cosa hai pensato?”
“Che fare tutto perfetto non significa automaticamente fare la cosa giusta. C’è la perfezione e poi c’è l’efficacia. La perfezione è rassicurante perché dipende solo da te; l’efficacia, invece, ti costringe a guardare il contesto, le persone, le variabili che non controlli. Questo concetto, che è bello da dire, adesso, ovviamente l’ho capito bene dopo. Lì per lì quello che ho fatto è, piano piano, provare ad abbandonare il perfezionismo. Senza perdere la qualità, ovviamente. Però pensando che anche la qualità deve essere al servizio di uno scopo. Se no è… utopia, no?”

Sto ancora pensando, quando lui, bonario, mette un punto “Quindi sì, sono certo che questa lezione, per quanto amara, ti sarà più utile di un successo”.

E pensare che fino a mezz’ora fa eravamo perfetti sconosciuti.

“Guarda, con gli anni credo s’impari che le idee migliori arrivano quasi sempre da persone che vedono il mondo diversamente da te. All’inizio della mia carriera tendevo a correggere tutto. Oggi cerco di fare il contrario: le persone devono sperimentare, sbagliare. Mescolarsi. Mescolare idee.”

Giancarlo compie un gesto piccolo, fa ruotare pollice e indice della mano sinistra attorno all’anulare della destra, un gesto quasi impercettibile a sguardi che – diversamente dal mio – non siano tutti su di lui. “Anche nella vita privata succede così… E allora, impari che amare qualcuno non significa trattenerlo a tutti i costi. A volte significa lasciargli lo spazio per diventare la persona che desidera essere, anche se questo comporta un dolore enorme.”

Per pudore, allontano lo sguardo e lo tengo per un po’ lontano dal mio interlocutore.
Rimaniamo in silenzio, ognuno a guardare dove crede, finché Giancarlo, alzatosi dal sedile, dà uno scossone al suo spolverino e impugna la borsa blu notte.
Afferra la maniglia di sicurezza, pronto a perdere l’equilibrio per qualche istante nel momento in cui il treno si fermerà.

“Il tempo è la risorsa più preziosa e i momenti decisivi sono quelli in cui le cose prendono una direzione diversa da quella che immaginavi. Quei momenti, per me, sono la vita. Quelli in cui esce fuori qualcuno, o qualcosa, che disegna una strada migliore della tua, di quella che hai immaginato. E questa è una lezione di umiltà che serve, credimi. Ti mantiene uno studente a vita.
E fare lo studente è bellissimo. O no?! Pensare, anche arrivato che ne so… ai novanta… potrai imparare ancora qualcosa, da chiunque.”

Le porte si chiudono dietro di lui. La mente corre inevitabilmente a Gwyneth Paltrow nei panni della giovane Helen in Sliding Doors: è vero, la vita sa essere imprevedibile e non va mai secondo i piani. Ciò che segna insegna, me lo ripeteva sempre anche mio padre.

Sorrido, riprendo in mano la mia borsa in ecopelle marrone segnata dal tempo e mi avvicino all’uscita.
Sono pronto a scendere alla prossima fermata.
Sono pronto a risalire sul prossimo treno.

 

 

_______________
Scritto da Chiara Barone
con la redazione di Prove d’orchestra
_______________

Foto di: Philip Waern e Clem Onojeghuo

Condividi:
Link copiato! Incollalo su Instagram.